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Perché la chiusura dello stretto di Hormuz annunciata dall’Iran è “uno scenario da incubo per i mercati” e per le nostre tasche

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Almeno 150 petroliere ferme nelle acque aperte del Golfo. È la prima fotografia concreta degli effetti della decisione annunciata sabato sera dai Pasdaran dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Gli effetti sui prezzi si vedranno con l’apertura delle contrattazioni lunedì mattina. Secondo Bloomberg, quello che si profila è “uno scenario da incubo per i mercati globali”. La chiusura dello Stretto di Hormuz annunciata dall’Iran dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele è una prima assoluta e può innescare un effetto domino che, partendo dal settore energetico, finirebbe per travolgere il potere d’acquisto delle famiglie facendo nuovamente esplodere l’inflazione. Con probabili conseguenze sugli stessi equilibri interni degli Usa, dove il tema dell’andamento dei prezzi è caldissimo e a novembre si vota per il Midterm. In più i Paesi importatori subirebbero pesanti pressioni sui conti pubblici e sulla crescita economica. I grandi produttori hanno tentato di correre ai ripari decidendo, domenica, un aumento della produzione. Che potrebbe però servire a poco se le forniture non potranno uscire dal Golfo Persico.

Perché è così cruciale

Lo stretto braccio di mare tra Iran e Oman è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e da lì passano petrolio e gas in arrivo dai principali produttori del Golfo – inclusi Arabia Saudita, Emirati e Iraq, oltre allo stesso Iran – destinati ai mercati di Asia, Europa e Nord America. Secondo l’Energy Information Administration statunitense, attraverso Hormuz transitano almeno 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a un quinto del totale mondiale, e la stessa quota del commercio globale di gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar. Più dell’80% dei flussi è diretto verso l’Asia.

Da notare che non è necessario sigillare completamente lo stretto per paralizzarlo. In passato sono bastati sequestri di petroliere o interferenze elettroniche sui sistemi di navigazione (segnalati anche durante la Guerra dei 12 giorni dello scorso giugno) per rendere la rotta troppo pericolosa, facendo schizzare i premi assicurativi.

Cosa succede dopo la chiusura

Sabato i Pasdaran ne hanno annunciato la chiusura al traffico marittimo perché “non è più sicuro“. Diverse petroliere erano state già preavvertire sulla necessità di cambiare rotta. Cosa succede ora? Il petrolio non può più uscire dalla regione, il che riduce l’offerta disponibile sui mercati internazionali. Meno offerta significa che i prezzi salgono: 4% in più per ogni calo dell’1% dell’offerta globale, dicono i precedenti.

Venerdì, prima dei raid di Usa e Israele, il Brent quotava poco meno di 73 dollari al barile, contro i 60 di fine dicembre: sono bastati i timori e le avvisaglie di un attacco per determinare un aumento sensibile. In caso di blocco prolungato di Hormuz, banche di investimento e istituti di ricerca prevedono un balzo di oltre il 70%, sopra i 120-130 dollari al barile.

La decisione dell’Opec+ e i dubbi sugli effetti

Algeria, Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Kazakhstan, Oman e Russia, i grandi produttori riuniti nell’Opec+, nella riunione di domenica hanno deciso di aumentare la produzione di aprile di 206mila barili al giorno. Ma l’efficacia della misura rischia di essere limitata, e non solo perché si tratta di un incremento limitato a fronte di un totale che ammonta a oltre 42 milioni di barili di petrolio al giorno. Il punto è che quel petrolio va trasportato. Con lo stretto chiuso, gran parte delle esportazioni del Golfo resterebbe comunque intrappolata e l’offerta aggiuntiva richiederebbe tempo per raggiungere i mercati. Alcuni Paesi hanno negli anni costruito infrastrutture per aggirare lo stretto, come la pipeline saudita che attraversa il regno fino al Mar Rosso e l’oleodotto emiratino che porta il greggio al terminale di Fujairah sull’Oceano Indiano. Ma la capacità complessiva delle rotte alternative stando a calcoli Usa è di soli 2,6 milioni di barili al giorno.

Chi subirà le conseguenze e perché è costoso anche per Teheran

Le conseguenze potrebbero essere particolarmente gravi per l’Asia, destinazione principale delle forniture. Paradossalmente tra i più danneggiati ci sarà la Cina, alleato dell’Iran e principale partner commerciale anche perché è il primo acquirente del greggio iraniano (circa 3,3 milioni di barili al giorn) nonostante le sanzioni statunitensi. Circa il 90% delle esportazioni energetiche iraniane è diretto verso Pechino e gran parte transita proprio attraverso Hormuz. Un blocco prolungato interromperebbe flussi importanti per l’economia cinese e avrebbe un effetto boomerang per Teheran, azzerandone o quasi le entrate petrolifere.

Per la Ue l’impatto a prima vista è meno diretto visto che acquista meno greggio dal Golfo rispetto al passato (oggi è più dipendente da Stati Uniti, Norvegia e Africa). Ma è uno dei più grandi importatori globali di gas naturale liquefatto. Se la maggior parte arriva dagli Usa, subito dietro c’è il Qatar, il cui Gnl caricato su navi metaniere passa proprio da Hormuz. Per l’Italia l’emirato è addirittura il primo fornitore, da cui arriva il 45% delle importazioni via mare. E un’impennata delle quotazioni di petrolio e gas significa carburanti più costosi, bollette energetiche più alte, forse una nuova fiammata inflazionistica. Con effetti sulla crescita e sui conti pubblici.

Gli Stati Uniti negli ultimi anni sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di gas e Gnl, appunto. Ma non per questo sono immuni dagli effetti sui prezzi globali: un forte aumento del barile si tradurrebbe rapidamente in benzina più cara, grande spauracchio della Casa Bianca in vista del Midterm. E l’inflazione renderebbe più difficile per Donald Trump ottenere dalla Fed i più volte invocati nuovi tagli dei tassi.

L'articolo Perché la chiusura dello stretto di Hormuz annunciata dall’Iran è “uno scenario da incubo per i mercati” e per le nostre tasche proviene da Il Fatto Quotidiano.




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