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Il ricovero nelle Rsa un salasso per le famiglie: in quattro anni aumenti del 10 per cento

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Pavia. C’è un fardello ulteriore per le tasche delle famiglie, che si aggiunge alla sofferenza emotiva di dover affidare la madre, il padre (o più semplicemente un parente) alle cure di una Rsa: le gravose rette mensili, che nei quattro anni compresi tra il 2021 e il 2024 hanno subito un rincaro di circa il 10,5 per cento in provincia, riferito alle rette medie (solventi esclusi) chieste dagli istituti del territorio. I dati arrivano dall’Osservatorio Rsa del sindacato pensionati di Cisl, che con cadenza periodica tratteggia le evoluzioni di un ambito del welfare sempre più determinante per famiglie e cittadini, dato che l’invecchiamento della popolazione italiana è una tendenza che – in questa fase storica – appare irreversibile.

La situazione

Sebbene le politiche regionali e nazionali stiano puntando con maggiore convinzione sull’assistenza domiciliare (e su altre politiche per ritardare l’ingresso degli anziani negli istituti di ricovero) le case di riposo o le residenze assistenziali sono ancora un presidio imprescindibile per quelle persone non più autosufficienti o sole che, altrimenti, si troverebbero senza assistenza in una fase delicata qual è il crepuscolo della vita. Ma per le famiglie e per gli anziani stessi, sostenere la permanenza in struttura è in molti casi oneroso, con un aggravio cresciuto negli anni nonostante i diversi interventi legislativi per alleggerire i cittadini dai costi sanitari della residenzialità assistenziale. Nel 2024, per esempio, la retta giornaliera media in provincia di Pavia oscillava intorno ai 69,07 euro in base alla struttura, mentre nel 2021 il prezzo medio si aggirava intorno al 62,53 euro: il rincaro è quindi dell’10,5 per cento circa. Le cifre possono essere anche maggiori se si prendono in considerazione casi specifici territoriali: basti aggiungere che la retta media giornaliera in Lombardia stimata due anni fa era di circa 74 euro al giorno.

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Secondo i dati elaborati da Cisl su 89 Rsa della provincia, è cresciuta pure la retta media di ricovero minima e giornaliera, con cifre che passano dai 58,60 euro del 2020 ai 66,07 euro del 2024: circa il 12,7 per cento in più in 5 anni, per un esborso mensile che può aggirarsi intorno ai 2mila euro secondo le stime del sindacato. Incrementi anche sulle rette massime, il cui prezzo medio giornaliero è salito del 10,8 per cento nello stesso arco temporale: una crescita di circa 7 euro al giorno, e cioè dai 65 euro medi rilevati nel 2020 ai 72 del 2024, ultimo anno disponibile nel dossier dell’Osservatorio Rsa. «Analizzando gli aumenti che si sono registrati dal 2020 – si legge nel dossier di Cisl – notiamo che in tutte le 8 Ats sono aumentate le rette minime tra il 10 per cento e il 15 per cento, con le percentuali maggiori a Bergamo (16,04%, pari a 11,18 euro) e Brescia (13,21%)». A generare questi rincari – com’è plausibile – i doverosi aggiornamenti dei contratti di lavoro per gli operatori sanitari (che sono stati negoziati negli ultimi anni) ma anche l’aumento dei costi delle forniture, dall’energia al resto dei materiali che dal post Covid hanno subito un’impennata. E in uno scenario economico che ricade sui pazienti e i loro familiari (mentre la rivalutazione delle pensioni non tiene il passo con l’aumento del costo della vita) le spese che si registrano nel territorio di Pavia sono persino inferiori se paragonate al resto della Lombardia. Secondo Cisl, infatti, le rette medie massime hanno «registrato un aumento giornaliero di poco più di 7 euro; in questo caso però le divergenze territoriali risultano più accentuate con differenze territoriali che sfiorano i 30 euro: l’Ats Milano si conferma il territorio con le rette maggiori che sfiorano i 100 euro, seguono poi le Ats Insubria e Brianza attorno a quota 87 euro, mentre le massime più basse si registrano nell’Ats Montagna (65,98 euro) e nei territori del sud sud-est della Lombardia con l’Ats Brescia (68,64 euro), Ats Valpadana (70,89 euro) e Ats Pavia (72,07 euro)».

Liste d’attesa

I costi non sono l’unico nodo: anche le liste d’attesa si trasformano in uno scoglio. Secondo i dati del 2024, in Lombardia c’erano 113 mila persone in attesa, con i tempi più brevi registrati a Pavia. Numeri da rivedere quando dati più recenti saranno disponibili, ma che rendono conto del fenomeno.

«C’è chi ha dovuto vendere la casa per poter pagare»

«Servono interventi ben più sostanziosi di quelli messi in campo finora da governo e regioni per sostenere le famiglie, dato che i rincari registrati negli ultimi anni si riflettono sui cittadini e le cittadine» afferma Nadia Zambellini, segretaria di Fnp Cisl, la federazione pensionati del sindacato. «Sappiamo di anziani e famiglie che vendono le case di proprietà pur di sostenere le spese del ricovero nelle Rsa, che per molti è diventato insostenibile. Sono solo alcune delle criticità che ci segnalano i cittadini quando ci chiedono aiuto in merito a questo argomento» aggiunge Riccardo Panella, segretario di Spi Cgil, sindacato pensionati italiani.

Le reti si sfaldano

I costi di ricovero in Rsa rischiano di essere ancor più gravosi se messi in relazione al contesto socioeconomico delle famiglie di oggi: con stipendi fermi al palo e nuclei che si restringono (diminuendo la possibilità di suddividere le spese tra membri della famiglia) è sempre più arduo sostenere le rette senza fare ricorso ai risparmi o in mancanza di aiuti economici specifici. Un problema che si aggrava nel caso delle persone sole, che solo a Pavia città sono circa 19mila. «La maggior parte delle pensioni – aggiunge Zambellini – oscilla intorno ai 1.100 euro, per questo il passaggio che si tenta sempre è l’assistenza in abitazione, prima di pensare al ricovero. Nel frattempo la rete familiare si è ridotta e appare sempre più difficile far fronte alle spese che emergono, quando il ricovero nelle Rsa si rende necessario. Un problema che si acuisce nel caso di anziani soli, o con figli che a loro volta sono anziani. A fronte dell’allungamento dei tempi di vita ormai accertato, mi chiedo come sia possibile che ancora oggi non si riescano a fare delle scelte a sostegno di chi si trova nella stagione finale della vita, con servizi per promuovere l’invecchiamento attivo e risorse strutturate per il sostegno alle famiglie».

«Stipendi al palo»

Panella di Cgil, invece, ritiene necessario un intervento politico per evitare che gli aumenti ricadano sui nuclei familiari: «Serve un intervento economico massiccio per evitare ulteriori aumenti, prevedendo anche un’offerta domiciliare pubblica e strutturata – aggiunge – poiché i costi attuali non sono sostenibili, oltre che un accanimento nei confronti di chi sta male, come gli anziani e le persone non auto sufficienti. Nel frattempo, le pensioni sono sempre le stesse come gli stipendi, che anzi: a paragone con altri Paesi europei si sono anche ridotti. In più la contrazione dei nuclei rende sempre più complicato suddividere queste spese all’interno delle famiglie».

Una mazzata sui pensionati: l’assegno medio è di mille euro

Le rette delle Rsa rischiano, in certi casi, di affondare le finanze dei pensionati che percepiscono gli assegni più bassi: in provincia di Pavia la pensione media oscilla intorno ai 1.180 euro al mese, sufficienti per coprire circa la metà della retta media mensile (circa 2mila euro in base al caso) che si spende per il ricovero in una delle Rsa del territorio, mentre in altre province i costi sono anche maggiori. Il dato sugli importi delle pensioni arriva dall’Inps (istituto nazionale di previdenza sociale) e non prende in considerazione i dipendenti pubblici, che certe volte godono di assegni più sostanziosi rispetto a chi ha lavorato nel privato. Allarmante, invece, il numero di anziani che tirano a campare con assegni al di sotto dei 600 euro: in provincia di Pavia, infatti, ci sono circa 36mila persone su 181 mila che faticano ad arrivare a fine mese con la pensione minima, che nel nostro territorio ha un importo medio di 512 euro nel caso dell’invalidità civile e di 556 euro nel caso dell’assegno sociale. Si tratta di un pensionato su cinque, in rapporto alla platea dei 181mila presi in considerazione. Va meglio, invece, per chi è riuscito ad accumulare una pensione da dipendente privato, il cui assegno si aggira intorno ai 1.790 euro al mese di media, secondo le statistiche dell’istituto di previdenza sociale: in provincia di tratta di 61 mila persone. Più vicino alla media provinciale è l’importo dei pensionati da lavoro autonomo o parasubordinato, il cui assegno oscilla intorno ai 1.150 euro al mese: parliamo di circa 39 mila persone. Assegni che, senza il supporto dei Comuni, incentivi mirati e altri sussidi, rischiano di non bastare quando il ricovero in Rsa si rende necessario: e così si ricorre al welfare familiare, che tuttavia è messo a rischio dal restringimento dei nuclei (per via della denatalità) e dagli stipendi di chi ancora lavora, che stentano a tenere il passo dell’inflazione.

Pressing del Pd sulla Regione: «Ignorate un’emergenza»

I nodi del sistema lombardo delle Rsa sono stati affrontati anche in consiglio regionale, con il partito democratico regionale che si è visto bocciare buona parte dei contenuti di una mozione sull’argomento:«Il sistema di residenzialità lombarda ha grossi problemi di sostenibilità economica e sociale che prima o poi esploderanno e ignorarli non fa altro che peggiorare la situazione» ha dichiarato Davide Casati, consigliere dem firmatario della mozione. «I contributi regionali non sono adeguati ai livelli di assistenza richiesti e in più gli enti sono in difficoltà per la forte carenza di personale (infermieri, OSS, ASA) che peggiorerà con i pensionamenti nei prossimi anni e per i costi dei farmaci. Ancora una volta la maggioranza di Regione Lombardia sceglie di non affrontare le gravi criticità che riguardano circa 700 RSA e oltre 65mila famiglie lombarde. Il sistema di residenzialità lombarda ha grossi problemi di sostenibilità economica e sociale che prima o poi esploderanno e ignorarli non fa altro che peggiorare la situazione». Della mozione in dieci punti promossa dal Partito democratico, ne sono stati approvati due: il primo invita la Giunta a prevedere e sostenere una riconfigurazione delle Rsa come centri di servizi integrati nel tessuto territoriale e in rete con le future Case di comunità. La seconda invece prevede l'avvio di sperimentazioni di Centri di Valutazione e Prenotazione (C.V.P.) pubblici - facendo tesoro anche di alcuni progetti territoriali avviati autonomamente in questi anni - che dopo aver valutato il bisogno assistenziale, orientino l’anziano e la sua famiglia nella ricerca di un inserimento residenziale appropriato, secondo una gestione degli ingressi basata sulla valutazione della gravità del singolo caso, del quadro sanitario e di quello sociale, nel rispetto della libera scelta della struttura da parte del richiedente, per facilitare le richieste che arrivano dalle famiglie.




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