Open Var chiude. Perché non ci siamo meritati la trasparenza degli arbitri
‘Open Var’ chiude. Forse. Tre anni dopo essere stato varato come punto d’arrivo di un processo di trasparenza del mondo arbitrale e punto di partenza per cercare di avvicinare i fischietti al grande pubblico, mostrare il loro lavoro da dietro le quinte, umanizzarli anche nell’ammissione di un errore. Chiude perché da svolta per rendere il settore arbitrale una casa di vetro si è trasformato in trincea per opposte tifoserie, spesso alimentate dagli stessi addetti ai lavori (dirigenti, allenatori e giocatori) e non supportato da un’adeguata crescita di chi il calcio lo racconta.
Non è una decisione già presa ma un pensiero che ormai non viene più nascosto. Ne ha parlato apertamente anche il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, uno degli artefici della svolta dell’estate 2022: “Apriremo una riflessione su pro e contro con l’Aia su questo per la prossima stagione, noi siamo sempre aperti al confronto. Quella che era una disponibilità di massima trasparenza, sta diventando una forma di strumentalizzazione”.
Questo è successo e l’euforia per un’apertura epocale, la spinta definitiva verso la trasparenza, si è ben presto trasformata in una corsa affannosa alla decontestualizzazione, prendendo di volta in volta le spiegazioni e le ammissioni da parte dei vertici arbitrali come un menù alla carta: se mi dai ragione devi essere preso alla lettera come un vangelo, se certifichi che ho ricevuto un ‘favore’ nella migliore delle opzioni sei confuso e poco equilibrato. E comunque quello che hai detto non conta nulla.
Una tempesta perfetta che ha investito il designatore Gianluca Rocchi e i suoi delegati rendendo ‘Open Var’ un supplizio con sempre meno significato. Non è un segreto che da tempo nell’Aia si chiedano se davvero abbia un senso andare a lavare i panni sporchi in pubblico al contrario di quanto avviene per ogni altra figura del mondo del calcio: avete mai avuto accesso a video e audio di un confronto tra allenatore e giocatori in spogliatoio? O di quello che succede nelle segrete stanze di un centro sportivo tra dirigenti e tecnico? No. Invece per gli arbitri si è scelto che fosse così, sperando di poter togliere anche l’ultimo velo insegnando ai tifosi (e ai giornalisti) come si lavora, qualche volta sbagliando, con la pressione addosso di una decisione da prendere in una manciata di secondi.
Altrove gli arbitri stanno muti, arroccati nel loro fortino. Quelli della Uefa, ad esempio, pubblicano due righe sul sito internet ma senza alcuna interpretazione anche davanti ad evidenti svarioni. Il loro designatore, Roberto Rosetti, è praticamente invisibile. I nostri invece no, forse sovraesposti da un meccanismo che hanno accettato, provato a sviluppare e che alla fine li ha travolti.
Ora che ‘Open Var’ chiude si può dire che non ce lo siamo meritati. Gli stessi che oggi strepitano ad ogni audio ascoltato, fingono di accettare il verdetto solo quando conviene e praticano l’arte del “tutto sbagliato, tutto da rifare” evidentemente preferiscono tornare alla situazione di prima. Quella in cui ufficialmente gli arbitri avevano sempre ragione, non esisteva nessun momento di confronto se non qualche faticosa ricostruzione fatta con l’amico del cugino che aveva parlato con il barista dove l’arbitro al centro delle polemiche era andato a fare colazione. Insomma, un fortino inespugnabile invece di una casa di vetro.
Non è nemmeno quotato che tra qualche mese, al primo errore in una grande partita, gli stessi che hanno affossato l’operazione trasparenza si affanneranno a urlare che è uno scandalo e che gli arbitri dovrebbero parlare, spiegare, ammettere i loro sbagli. Cioè esattamente quello che è successo negli ultimi tre anni ma che da operazione di trasparenza si è trasformato in occasione continua di strumentalizzazione. Quando accadrà fate come il principe De Curtis – in arte Totò – e rispondete loro con una sonora pernacchia. Una risata li seppellirà. Forse.
