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Scontro Starmer-Trump, i rapporti Usa-Gran Bretagna ai minimi storici: la ‘carta re Carlo’ per ricucire (o peggiorare) lo strappo

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Winston Churchill la chiamava la “special relationship” e se gli inglesi ci hanno sempre creduto, la maggior parte degli americani pare non abbia la minima idea di cosa significhi. Il rapporto “speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito, però, non ha mai raggiunto un punto così basso come quello attuale. Almeno da quando, 250 anni fa, furono deposte le armi e la Guerra di Indipendenza sancì la liberazione del Mondo Nuovo dall’ingerenza della corona britannica.

Da settimane, ormai, il primo ministro Keir Starmer sta raccogliendo appellativi sempre meno lusinghieri dal presidente Donald Trump, che l’anno scorso gli regalava l’accordo sui dazi più vantaggioso di tutti, mentre oggi glielo rinfaccia, pentito. Ma la postura dei britannici sul conflitto iraniano ha eretto un muro tra i due Paesi che sono separati dall’Oceano Atlantico e da una visione geopolitica sempre più antitetica. Il Regno Unito continua a rimanere fermo sul sostegno all’Ucraina, dove gli americani paiono “distratti” e di fatto ha bollato come “illegale” la guerra all’Iran con Israele e alla quale gli inglesi non vogliono partecipare, almeno in maniera diretta. “La storia ci ha insegnato che quando prendiamo decisioni di questo tipo – ha detto Starmer – è importante accertarci che l’operato del Regno Unito abbia una base giuridica”.

La relazione speciale tra i due Paesi è sempre stata saldata dalla lingua comune, dagli interessi condivisi come quelli militari, l’intelligence e quelli commerciali; assi rafforzati e liberati dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea con la Brexit. Eppure, a Downing Street, le conseguenze del sostegno che il governo Blair assicurò agli amici americani nella guerra all’Iraq del 2003 sono ancora un monito da non sottovalutare. Starmer è sempre stato considerato il delfino del leader del New Labour, Tony Blair, ma l’ala sinistra del suo partito sommata al suo approccio più pragmatico che ideologico, e ai sondaggi che lo vedono in caduta libera, hanno avuto l’inevitabile effetto di allontanare Londra da Washington. Qui, oggi, nessuno ha intenzione di partire lancia in resta verso quel conflitto che, tra l’altro, rischia di allentare l’attenzione sull’Ucraina. Starmer, tra i promotori della Coalizione dei Volenterosi, ha ricevuto Volodymyr Zelensky, alla presenza del segretario generale della Nato, Mark Rutte, per assicurare un nuovo impegno economico e militare nei confronti del Paese. “Credo sia davvero importante chiarire che l’attenzione deve rimanere concentrata sull’Ucraina”, la rassicurazione riservata al presidente ucraino. E ancora: “Putin non può essere colui che trae vantaggio da un conflitto in Iran, che si tratti dei prezzi del petrolio o della revoca delle sanzioni”.

Resta chiaro chi sono gli amici e i nemici e che Trump, questa volta, non potrà contare sul suo alleato storico che gli ha voltato le spalle. “Io qui non vedo alcun Churchill”, era già sbottato la prima volta che Starmer, il 3 marzo scorso, chiarì la sua posizione negandogli l’uso delle basi britanniche Diego Garcia, alle Chagos Islands, nell’Oceano Indiano. L’unica richiesta accolta dagli inglesi fu quella di permettere agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari britanniche per attacchi “difensivi” contro siti missilistici iraniani. Keir Starmer è rimasto fermo sul punto che il Regno Unito “non crede nel cambio di regime imposto dall’alto” e che le lezioni della guerra in Iraq sono ancora chiare e non vanno trascurate.

Eppure, qualcosa si muove: Il Regno Unito sta comunque inviando nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere HMS Dragon insieme ad elicotteri Wildcat, specializzati nell’abbattimento dei droni, mossa partita a seguito degli attacchi subiti dalla base della RAF di Akrotiri a Cipro. La HMS Dragon è equipaggiata con missili Sea Viper in grado di abbattere i droni, con un costo di circa 1 milione di sterline a colpo.

Ma la narrativa di Trump continua ad infierire sull’ormai ex amico speciale. In piedi nello Studio Ovale, martedì il presidente americano ha indicato il busto del primo ministro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, rimarcando ancora una volta che “Sir Keir non è Churchill” e per condire la critica ha aggiunto considerazioni polemiche sulle politiche del governo laburista in materia di immigrazione, giudicate fallimentari, e di energia green, in particolare contro l’eolico che, con le sue turbine, “uccide gli uccelli”. Su Truth ha poi scritto a caratteri cubitali: “Non abbiamo bisogno di nessuno”. E mentre incontrava la stampa, riferendosi ancora a Starmer, ha detto: “Non è stato di aiuto e credo che sia un grosso errore”. Perchè gli inglesi, in fondo, sono una cosa diversa.

Sir Keir ha sempre dimostrato di saper dialogare con Trump. Un anno fa, in piena tempesta sui dazi, ha usato la sua arma segreta tirando fuori dal taschino l’invito del re per la seconda (eccezionale) visita di Stato a Windsor che ha portato Trump a sciogliersi davanti alla famiglia reale, lo scorso settembre. Ma anche re Carlo III, alla fine, è una spina nel fianco. Come già accaduto in passato, martedì ha accolto Zelensky a corte perché è un alleato da sostenere. Le foto di rito e la stretta di mano sono le stesse del 2025, quando lo invitò per un tè a Sandringham, dopo l’aggressione perpetrata da Trump e andata in mondovisione dallo Studio Ovale, a Washington. Il prossimo aprile, Carlo e Camilla hanno in programma una visita di Stato a New York e Washington, in occasione dei 250 anni dall’indipendenza americana. Date le circostanze e le tensioni diplomatiche tra i due Paesi, sono in molti a ritenere che il viaggio dovrebbe essere rimandato.

Tra l’altro, portare il fratello di Andrea Mountbatten-Windsor negli Stati Uniti in piena tempesta Epstein Files potrebbe generare tensioni e incidenti diplomatici a un sovrano che, da tempo, viene accolto da proteste e cartelli che chiedono verità su ciò che la corona sapeva sulla relazione tra l’ex principe e il predatore sessuale americano. Due ottime ragioni, quindi, per non fare partire il re. Ma la monarchia e il suo fascino hanno sempre rappresentato l’arma segreta degli inglesi, anche quando le cose andavano male. Elisabetta II incontrò Ronald Reagan quando Margaret Thatcher inviò la sua task force navale alle isole Falkland per respingere l’invasione argentina, scontrandosi contro il parere dell’alleato americano. Il soft power della monarchia è rimasto l’ultimo colpo in canna per riavvicinare Trump?

L'articolo Scontro Starmer-Trump, i rapporti Usa-Gran Bretagna ai minimi storici: la ‘carta re Carlo’ per ricucire (o peggiorare) lo strappo proviene da Il Fatto Quotidiano.




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