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“Al confine c’erano -18°. Mi chiesero il passaporto, ma non riuscivo a prenderlo, avevo le dita ghiacciate”: Gabriele Pin racconta la fuga dall’Iran

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“Stavo per partire per Dubai. Avevamo un paio di giorni liberi. Eravamo appena rientrati da Teheran. Qualche giocatore era rimasto nella capitale per partire da lì”. Era il 28 febbraio e Israele e Usa avevano appena iniziato a bombardare l’Iran. A parlare è Gabriele Pin, vice allenatore italiano del Sepahan. In Iran, dove è tornato dopo 3 anni negli Emirati Arabi Uniti. “Un mio giocatore mi scrisse: ‘Mister, cosa sta succedendo? Ci hanno fatto scendere dall’aereo. La gente scappa. Ho visto cadere dei missili’. Erano quelli che avrebbero ucciso Ali Khamenei“, racconta Pin a La Gazzetta dello Sport.

“Io ero con Branko, il preparatore dei portieri. Siamo tornati di corsa in albergo, abbiamo riempito una valigia e siamo saliti su un van del club, efficientissimo, che ha organizzato la nostra fuga verso il confine turco. Ci abbiamo messo due ore a uscire dalla città: la gente aveva preso d’assalto negozi e pompe di benzina per far provviste“. racconta Pin. “I ragazzi avevano invaso le strade per festeggiare, perché era arrivata la notizia della morte di Khamenei“.

Il viaggio è presto diventato un’odissea, con file lunghissime e chilometri di coda in prossimità dei benzinai: “Più di 15 ore, tutte in fila. Gli autisti non volevano fermarsi per riposare. Siamo arrivati a Tabriz e da lì al confine, dopo 2600 km di viaggio. A ogni benzinaio, 3 km di fila”. Non solo un viaggio lungo e faticoso, ma anche complicato da un punto di vista delle temperature: “Siamo partiti con 28 gradi, siamo arrivati a -18. Non eravamo preparati a quel freddo. Le mani erano diventate viola. Mi chiesero il passaporto, ma non riuscivo a prenderlo dal giaccone, avevo le dita ghiacciate. Dovettero sfilarmelo loro”.

Pin è riuscito poi a raggiungere Istanbul e da lì Bologna, dove si trova adesso. Il peggio però è arrivato a dicembre, durante le proteste contro il regime degli iraniani in piazza: “Alle sei di sera ci chiudevamo in albergo, tiravamo giù le tapparelle. Fuori poteva succedere di tutto. Avevano spento Internet per impedire che arrivassero all’estero i filmati delle repressioni. Ogni mattina c’erano banchi vuoti nelle classi e i professori che protestavano venivano portati via. I giovani e le donne, splendide, sono stati in prima fila, fin dalla prima ora”.

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