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Israele sceglie il cappio: la pena di morte ai palestinesi rivela la regressione etica dello Stato

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di Antonio Salvati

Quel che si temeva è accaduto. Il 31 marzo il parlamento israeliano ha approvato in terza istanza una legge – proposta dal partito di estrema destra Otzma Yehudit – che introduce la pena di morte per i palestinesi che vengono condannati per atti di terrorismo letale, ossia in cui muore almeno una persona. Il provvedimento – approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari (si è espresso in modo favorevole anche il primo ministro Netanyahu, presente in aula) – è redatto in maniera tale da escludere la possibilità di essere applicata nei confronti di ebrei. Il patibolo, infatti, è riservato a una categoria specifica: quanti uccidano «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Inoltre, il Parlamento israeliano ha ripristinato le esecuzioni in tutto il territorio sotto il controllo di Tel Aviv, inclusa la Cisgiordania occupata e il 53 per cento della Striscia di Gaza.

In tal senso, la legge presenta diversi vulnus perché ratifica una sostanziale differenza di trattamento tra i palestinesi che abitano i territori palestinesi occupati e i cittadini israeliani e quindi anche i palestinesi cittadini di Israele. La legge prevede l’impiccagione entro 180 giorni dalla sentenza, rendendo molto difficile la possibilità di appello. La giuria potrà approvarla con una maggioranza semplice, e non servirà l’unanimità, sollevando così perplessità perfino in quanti sostengono la pena di morte sul modello statunitense. Il giorno prima dell’approvazione Francia, Italia, Regno Unito e Germania in un comunicato congiunto hanno sostenuto di essere «preoccupati per la natura discriminatoria» del testo. L’Onu ha definito «crimini di guerra» eventuali esecuzioni. Tra i critici anche rappresentanti del mondo religioso ebraico. Il rabbino Benny Lau di Gerusalemme ha dichiarato che «si tratta di vendetta legalizzata. Una violenza mascherata dalla difesa della sicurezza». Adesso le speranze sono riposte presso la Corte suprema.

L’Associazione per i diritti civili in Israele ha già presentato una denuncia presso la Corte suprema, sottolineando – tra le varie questioni – che la legge renda troppo facile decidere una pena severissima. I giudici della Corte suprema dovranno esaminare questo e altri ricorsi e potrebbero respingere la legge, abolendola. In più circostanze la Corte suprema si è espressa contro le politiche dell’attuale governo.

Israele aveva abolito la pena di morte nel 1954 per i delitti ordinari. per omicidio, Veniva mantenuta per alcuni reati commessi in circostanze eccezionali. L’ unica eccezione è stata l’impiccagione di Adolf Eichmann nel 1962. Catturato in Argentina fu condotto in maniera rocambolesca in Israele dove fu processato e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità colpevole di “crimini eccezionali”. In Israele durante il processo – magistralmente raccontato da Hannah Arendt con una frase poi passata alla storia, come l’incarnazione dell’assoluta banalità del male – si sviluppò un intenso dibattito sull’opportunità e la necessità di applicare la pena capitale. Martin Buber sostenne che l’esecuzione di Eichmann non solo non avrebbe riportato in vita i sei milioni di ebrei morti nella Shoah, ma avrebbe minato le fondamenta etiche dello Stato nato nel 1948. Anche la tradizione talmudica – ha ricordato la storica Anna Foa – è molto prudente riguardo l’applicazione della pena di morte «e la circonda di tante e tali cautele da renderne molto difficile l’applicazione».

Nel 1989 Elie Wiesel – quarantaquattro anni dopo che lo scrittore e Nobel per la Pace era stato liberato da Auschwitz – scrisse che «la morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme».  Oggi, invece, il ministro Ben Gvir, un razzista coinvolto nell’assassinio di Yitzak Rabin, ha festeggiato dopo l’approvazione della legge convinto «di aver cambiato la storia».

È un giorno triste per Israele e per tutti coloro che amano questo paese. Per la Foa segna una pietra tombale «su una democrazia già limitata, molto contestata, ma comunque ancora esistente». Da anni, il premier Benjamin Netanyahu legittima ogni azione come frutto della “necessità”. Non è un segreto che per lui «stare con la spada sempre sguainata» sia l’unico modus vivendi di Israele. Per l’estrema destra israeliana occorre sostituire l’ebreo della diaspora e della Shoah, l’ebreo vittima, con quella dell’ebreo forte e vittorioso, che reagisce e non prova pietà per i nemici. Per i neosionisti occorre sostituire nell’immaginario collet­tivo la figura insignificante dell’ebreo diasporico e perdente, con quella del nuovo ebreo: l’israeliano senza più debolezze. In tal senso, grandi figure del pensiero ebraico come Hannah Arendt, Martin Buber, Edmund Husserl, Emmanuel Lévinas, Leo Strauss, Jürgen Habermas, Franz Kafka, Marcel Proust, Sigmund Freud, Primo Levi, Marc Chagall, Albert Einstein o Erich Fromm, solo per citarne alcuni, porta­no lo stigma della vergogna, sono cioè i rappresentanti di popolo ebraico svilito e vinto, non degno di non essere considerato tale.

Dopo questo provvedimento molti – soprattutto rappresentanti del mondo ebraico – si chiedono se rappresenterà uno spartiacque la rinascita o la fine di Israele e della sua storia. O la fine della residua considerazione nel mondo degli ebrei?

Confido nelle ingenti risorse religiose, culturali e politiche (in Israele esiste un’opposizione forte e combattiva dalla quale in Italia dobbiamo prendere esempio) presenti nel paese. Come ha osservato Milena Santerini c’è, inoltre, bisogno di unità tra ebrei e cristiani, per dissociarsi insieme dalle politiche fratricide (sia di Hamas sia del governo Netanyahu) e per creare condizioni di pace. In Italia, non è necessaria, anzi può essere controproducente una nuova norma contro l’antisemitismo, che rischierebbe di cristallizzare definizioni e realtà fluide. C’è bisogno di un nuovo filosemitismo che veda tanti – non solo cristiani ed ebrei – nella difesa dei diritti di tutti.

In un tempo in cui assistiamo alla crescita dei conflitti, alla normalizzazione dell’uso della forza, all’abitudine alle armi, agli abusi in nome della sicurezza e della «remigrazione», alle discriminazioni verso gli «altri», stranieri quindi «nemici» secondo il sillogismo di Primo Levi, serve riprendere in mano gli elementi fondamentali della memoria fondativa della nostra convivenza civile. Anche se può sembrare paradossale, la memoria della Shoah, uno degli eventi più bui della storia, aiuta a illuminare la storia e indicare una speranza per il presente. Dalla distruzione insensata di vite umane, come è accaduto durante il secondo conflitto mondiale, può emergere una decisione di riscatto. Dopo la Shoah, ricorda Santerini, «il “mai più” dei popoli e delle istituzioni ha avuto un senso. L’Europa ha saputo costruire una casa comune basata sulle idee di uguaglianza e solidarietà. Il mondo ebraico ha partecipato facendo della memoria uno dei fondamenti di questa casa, contribuendo alle lotte contro la discriminazione, la pena di morte, l’apartheid».

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