Addio caccia “popolare”, ora il governo favorisce i ricchi pure nell’attività venatoria. E punta a farlo (anche) coi soldi dell’Ue
C’era una volta la caccia sociale, quella accessibile a tutti e non basata su logiche di profitto. Quella, per intenderci, portata avanti nelle famiglie “per tradizione”, perché cacciatore era il nonno, o il papà. Ebbene, nei piani del governo Meloni quel modo – e quella cultura – di praticare l’attività venatoria dev’essere accantonato in favore del tornaconto economico. Tradotto: a sparare nei boschi ci andrà chi ha i soldi per farlo. Cioè per sostenere un nuovo modello fondato 1) sulla caccia per persone benestanti, 2) sullo sfruttamento degli animali a fini commerciali (selvaggina), 3) sulle aziende faunistico-venatorie, il luogo in cui questo modello trova attuazione.
L’operazione Coldiretti-Meloni
Facciamo un passo indietro. Con la scorsa legge di Bilancio, Lega e FdI presentano due emendamenti che consentono di ripristinare, nei fatti, le riserve di caccia (chiuse in Italia da quasi 40 anni). Naturalmente i provvedimenti vengono approvati e alle aziende faunistico-venatorie, a partire dal primo gennaio, viene consentito di fare business sulla pelle degli animali. Fino al giorno prima, infatti, pur essendo istituti privati erano per legge senza scopo di lucro. Il passaggio, per chi si occupa di tutela della biodiversità e della fauna selvatica, è dirompente, poiché significa da un lato incentivare l’attività venatoria come impresa individuale e, dall’altro, promuovere i ricchi praticanti (attraverso, aspetto non di poco conto, il turismo venatorio da parte di persone straniere, agevolato parallelamente da altre norme).
E arriviamo alla novità. In Senato si è da poco iniziato a discutere il disegno di legge che punta a stravolgere la legge sulla caccia (157/92), liberalizzandola. Nelle commissioni riunite di Agricoltura e Ambiente, i due relatori (la meloniana Francesca Tubetti e il leghista Giorgio Bergesio) hanno appena presentato un emendamento (10.1000) che porta il piano del governo allo step successivo: riconoscere ufficialmente i soggetti privati e i consorzi che gestiscono le aziende faunistico-venatorie come imprenditori agricoli. Una modifica che ha uno scopo ben preciso: permettere a questi istituti di entrare automaticamente tra i beneficiari della Pac (Politica agricola comune dell’Unione europea). Così, mentre il numero dei cacciatori è in costante diminuzione, e le leggi europee di tutela dell’ambiente mettono i bastoni tra le ruote di chi vorrebbe una caccia senza vincoli, ecco che il governo trova la soluzione: finanziare riserve di caccia in cui ricchi praticanti possono sparare senza troppi controlli.
Il disegno, come si vede, ha una sua coerenza. E a sfregarsi le mani sono in tanti. Per cominciare, il vero ministro dell’Agricoltura del governo Meloni, vale a dire il presidente di Coldiretti, Enrico Prandini (in foto col ministro ufficiale, Francesco Lollobrigida, ndr). E poi, naturalmente, la sua “creatura”: Ab Agrivenatoria Biodiversitalia, la branca di Coldiretti che si occupa proprio della promozione delle aziende faunistico-venatorie (nata grazie all’accordo col Comitato Nazionale Caccia e Natura, la rappresentanza degli armieri composta, tra gli altri, da Beretta, Fiocchi e Benelli). Ma non solo: ad applaudire c’è anche l’Ente Produttori Selvaggina, che fa parte di Confagricoltura. Come si vede, il mondo agricolo è ben presente (e lieto di poter gestire il mondo venatorio).
Wwf: “Un paradosso. Più soldi a chi gestisce i territori per finalità venatorie e meno agli agricoltori veri”
“Il centrodestra ha trovato l’unico modo per far avere alle aziende faunistico-venatorie i finanziamenti della Pac” commenta Franco Ferroni, responsabile agricoltura e biodiversità del Wwf Italia. Le trattative per la nuova Pac – 2028-2034 – sono in corso in queste settimane a Bruxelles. Eppure “il regolamento stabilisce che gli aiuti economici vengono erogati agli agricoltori ‘in via prevalente’. Che cosa significhi in via prevalente ancora non è chiaro, e non si sa se la definizione verrà decisa dalla Commissione Ue o dal singolo Stato membro. Sta di fatto che con questa mossa il governo blinda il proprio scopo, perché con l’emendamento alla 157/92 certifica che chiunque gestisca un’azienda faunistico-venatoria è a tutti gli effetti un agricoltore“.
Il paradosso, come rivela Ferroni, è che “alle aziende faunistico-venatorie arriveranno finanziamenti ingenti, mentre alle piccole aziende agricole, quelle sotto i 10-12 ettari, mandate avanti da agricoltori veri, vedranno solo le briciole“. La ragione? “L’ammontare dei pagamenti diretti dell’Ue è calcolato in base alla superficie dell’attività agricola. Immaginate un’azienda faunistico-venatoria che possiede mille ettari in montagna“. Ma non finisce qui, perché ci sarà pure la possibilità di accedere al Fondo unico, quello che oggi è dedicato allo Sviluppo rurale e che verrà cancellato. “Se l’azienda faunistico-venatoria vuole fare investimenti, ripristinare casolari, costruire recinzioni, voliere e quant’altro, potrà rivolgersi al Fondo unico. Attualmente si parla di dieci miliardi di euro destinati al mondo agricolo. Di fatto attraverso questa operazione il governo apre il portafoglio a chi gestisce territori per finalità venatorie“.
Giulia Innocenzi: “Non ha senso, è una marchetta elettorale”
“Si tratta di un chiaro favore alle lobby” commenta la giornalista Giulia Innocenzi, autrice del docufilm Food for profit. “Nonostante sia abbastanza esigua in numero e osteggiata dall’opinione pubblica – aggiunge – la lobby dei cacciatori ha molto potere e influenza. Ci sono eurodeputati, soprattutto di Fratelli d’Italia, che fanno parte di associazioni di cacciatori e lavorano costantemente per favorire gli interessi di questa lobby, come Pietro Fiocchi e Sergio Berlato”. Il primo è stato, tra le altre cose, presidente e amministratore delegato della divisione americana della Fiocchi Munizioni spa, mentre Sergio Berlato, che si è sempre battuto per la depenalizzazione dei reati legati all’attività venatoria, viene ricordato anche per il caso delle foto dei santini elettorali con le specie protette. “Qual è il senso di destinare ai cacciatori soldi pubblici che sono stati pensati per favorire l’agricoltura europea e fornire un buon cibo ai suoi cacciatori, se non una chiara marchetta elettorale?” aggiunge.
Politica agricola comune: vecchi disastri e nuove mire
Un’operazione, dunque, che ha come obiettivo quello di ‘raccogliere’ una fetta della Pac. Come se finora lo strumento che rappresenta un terzo del bilancio europeo non avesse già avuto abbastanza problemi di gestione: l’80% dei sussidi è finora andato nelle mani del 20% dei beneficiari, con il risultato che, tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. Tutto a favore dell’agroindustria e degli allevamenti intensivi. Nel report “Chi si intasca la Pac?”, pubblicato di recente da Greenpeace Europa, sono stati analizzati i dati del 2024 di sei Paesi, ossia Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna, l’1% più ricco arriva ad intascare fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, per intenderci, il 10% dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. Il risultato, neppure a dirlo, sono i trattori degli agricoltori, quelli veri, che negli ultimi anni hanno bloccato mezza Europa. “Nonostante le numerosissime denunce e i report che sottolineano come la stragrande maggioranza dei soldi della Politica agricola comune vada agli allevamenti intesivi e, quindi, e a un modello da cui l’Europa si dovrebbe allontanare – ricorda Innocenzi – sia per raggiungere i suoi obiettivi nella lotta al cambiamento climatico, sia per fornire un cibo salubre ai cittadini, si continua ad andare in questa direzione sbagliata”. I contributi pubblici, tra l’altro, vengono erogati a questo sistema, anche per la lotta alle epidemie e ai virus che poi arrivano negli allevamenti. “Grazie a un accesso agli atti – racconta la giornalista – con Report abbiamo svelato che solo le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, dal 2020 al 2025, hanno destinato 266 milioni di euro per gli abbattimenti e i ristori agli allevatori”. Una cifra al ribasso, tra l’altro, perché la Lombardia non ha fornito tutti i dati richiesti.
Ora, però, ci sono anche le aziende venatorie. Che arrivano in un momento molto delicato: a febbraio 2025, infatti, la Corte dei Conti ha bocciato la proposta presentata nel 2025 dalla Commissione europea per la nuova Politica agricola comune. Secondo i magistrati contabili sarebbe più complessa, con meno fondi dedicati e, di conseguenza, per nulla incentrata sulla semplificazione. Intanto la maggioranza in Parlamento e il governo lavorano per le lobby di cacciatori e agricoltori. Il voto degli emendamenti al disegno di legge riprenderà la prossima settimana. L’obiettivo del centrodestra è che approdi in Aula entro la fine di aprile.
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