Le bibite zuccherate ci rendono più tristi? Berrino: “Troppo zucchero porta a un aumento rapido della dopamina, l’ormone del piacere, seguito da un crollo. Questo può tradursi in instabilità emotiva”
Una bibita può renderci più tristi? Fino a ieri sarebbe sembrata una provocazione, oggi è una domanda che arriva dalla ricerca. Uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry ha analizzato oltre novecento persone, confrontando pazienti con depressione e soggetti sani. Il risultato appare netto, ma va interpretato con cautela: chi consuma più bevande zuccherate presenta un rischio maggiore di depressione, con un’associazione più evidente nelle donne.
Il dato che colpisce, però, non è solo statistico. I ricercatori non si sono limitati a osservare le abitudini alimentari: hanno analizzato direttamente il microbiota intestinale attraverso campioni fecali, utilizzando tecniche di sequenziamento genetico (16S rRNA) per identificare e quantificare i batteri presenti nell’intestino. È proprio in queste analisi delle feci che è emersa una maggiore presenza di batteri come Eggerthella nei soggetti con più alto consumo di bevande zuccherate. Questa alterazione del microbiota, misurata concretamente nei campioni fecali, sembra mediare una parte – limitata ma significativa – dell’associazione con la depressione.
Non è una prova definitiva, ma è un indizio biologicamente plausibile: l’intestino e il cervello dialogano molto più di quanto abbiamo creduto per decenni.
Qual è la causa e quale l’effetto?
Resta però il nodo centrale: siamo di fronte a una causa o a un effetto? Le bibite zuccherate contribuiscono a uno stato depressivo o sono piuttosto un rifugio per chi è già vulnerabile, una forma di compensazione immediata? Lo studio non può dirlo, perché è osservazionale. Può solo indicare una correlazione e suggerire piste di ricerca.
Su queste ipotesi abbiamo chiesto un parere al dottor Franco Berrino, epidemiologo e già Direttore del Dipartimento di medicina preventiva dell’Istituto tumori di Milano, che da anni invita a rivedere radicalmente il modo in cui pensiamo noi stessi: “Abbiamo l’illusione che la nostra personalità, le nostre emozioni, perfino i nostri pensieri siano solo nostri – osserva. Ma la biologia ci dice che siamo abitati da trilioni di microrganismi. Non siamo individui isolati: siamo un condominio di esseri viventi”.
Il dialogo invisibile tra intestino e cervello
Come spiega il nostro esperto, il microbiota intestinale – batteri, virus, funghi, archea – non è un semplice “accessorio” della fisiologia, “Ci aiuta a digerire, sintetizza vitamine, regola il sistema immunitario. Ma soprattutto dialoga continuamente con il cervello”. Anche in questo caso non si tratta di un concetto astratto: oggi queste comunità microbiche vengono identificate e studiate proprio attraverso analisi dei campioni fecali, che permettono di ricostruire la composizione del microbiota individuale.
Il canale principale di questo dialogo è il nervo vago, una rete di comunicazione in cui, come oggi sappiamo, i segnali viaggiano soprattutto dall’intestino al cervello e non il contrario.
Le implicazioni sono sorprendenti. “Esperimenti condotti su animali mostrano che, modificando il microbiota, si modificano anche i comportamenti – ci spiega Berrino -. Topi timidi diventano esplorativi e viceversa. E quando si trapianta il microbiota di persone depresse, gli animali sviluppano comportamenti compatibili con la depressione, con alterazioni dei neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina”. In questi casi si trasferiscono, di fatto, comunità batteriche ottenute da campioni fecali umani: è quello che lui stesso definisce, con una formula provocatoria ma efficace, una sorta di “trapianto di personalità”.
Chi decide cosa mangiamo?
A questo punto la domanda si sposta: quanto delle nostre scelte – anche alimentari – è davvero sotto il nostro controllo? “Il microbiota non è passivo – osserva Berrino – può influenzare il desiderio di certi cibi. Alcuni microrganismi favoriscono la ricerca di zuccheri e grassi, perché sono il loro nutrimento ideale. In pratica inviano segnali al cervello per ottenere ciò che serve alla loro sopravvivenza”.
Le bevande zuccherate, in questo schema, sono un caso emblematico. Forniscono energia immediata, attivano i circuiti della ricompensa, ma possono contribuire a creare una dinamica di picchi e cadute: “Troppo zucchero porta a un aumento rapido della dopamina, l’ormone del piacere, seguito da un crollo. Questo può tradursi in instabilità emotiva e nella ricerca di nuovi stimoli – continua l’epidemiologo -. In parallelo, una dieta ricca di zuccheri e prodotti ultraprocessati favorisce disbiosi e infiammazione, due fattori sempre più chiamati in causa anche nei disturbi dell’umore.
Il punto, però, è non cadere nel determinismo. “Non significa che il microbiota decida al posto nostro – precisa Berrino -. Significa che siamo un sistema complesso, in cui ambiente, alimentazione, microbi e cervello interagiscono continuamente. Dobbiamo imparare a pensare in termini di relazione, non di causa unica”.
Lo spunto Tv di Crude Verità
È una prospettiva che trova un aggancio diretto anche nel lavoro televisivo di Berrino. “Nella prima puntata di Crude Verità – da pochi giorni sulla piattaforma di TV Loft – abbiamo mostrato quanto zucchero si nasconda nei prodotti da colazione, spesso percepiti come innocui – sottolinea l’esperto -. Se guardiamo a questi studi, capiamo che non è solo un problema di metabolismo o di peso. Può diventare anche un problema di salute mentale, perché ogni giorno alimentiamo un ecosistema interno che dialoga con il cervello”.
Da qui nasce una domanda di fondo, che è insieme scientifica e culturale: possiamo ancora separare la prevenzione metabolica da quella psicologica? O dobbiamo iniziare a considerarle come due facce della stessa medaglia? Le risposte definitive non ci sono ancora. Serviranno studi che osservano i comportamenti delle persone nel tempo, sperimentazioni controllate, anni di ricerca. Ma una cosa è già chiara: ridurre tutto a una formula semplice – “lo zucchero rende depressi” – sarebbe fuorviante. Allo stesso tempo, ignorare i segnali che arrivano dalla ricerca sarebbe miope.
Nel frattempo, la raccomandazione più solida resta anche la più semplice. “Più che pensare a interventi sofisticati – conclude Berrino – dovremmo chiederci cosa mettiamo nel piatto ogni giorno. I nostri microbi hanno bisogno di fibre, di varietà vegetale, di cibi naturali. Se li nutriamo male, in qualche modo ce lo fanno pagare”. E forse, tra le altre cose, anche con l’umore.
L'articolo Le bibite zuccherate ci rendono più tristi? Berrino: “Troppo zucchero porta a un aumento rapido della dopamina, l’ormone del piacere, seguito da un crollo. Questo può tradursi in instabilità emotiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
