«La Sindone è passata dal Medioriente»: uno studio riaccende il caso sull’autenticità
Microorganismi e muffe che prosperano in ambienti con altissima salinità, come il Mar Morto, e riscontrati recentemente nel Dna della Sindone, hanno riacceso il dibattito sull’autenticità del lenzuolo di lino (custodito a Torino) che reca impressa l’immagine del cadavere di un uomo.
Per la tradizione cristiana è l’immagine del corpo di Cristo appena deposto dalla croce. Per una parte della comunità scientifica è un falso, costruito ad arte nel Medioevo.
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La notizia sta rimbalzando in Rete, dopo che Vatican News ha rilanciato un articolo scientifico postato su ArXiv ma ancora in attesa di validazione. Riguarda nuove ricerche condotte sul materiale della Sindone, prelevato dal professor Pier Luigi Baima Bollone nel 1978.
Il team ora al lavoro è coordinato congiuntamente dall'Università di Padova, con il professor Gianni Barcaccia, e dall'Università di Pavia, con il laboratorio del Dna antico del professor Alessandro Achilli, insieme a ricercatori di altri atenei, fra i quali lo stesso Baima Bollone, che è scomparso a novembre dello scorso anno.
La suggestione sulla Terra Santa
A riaccendere l’attenzione sulla Sindone, guarda caso proprio alla vigilia della Pasqua, sembra essere per ora una suggestione: Dna di specie animali e vegetali trovato sui dodici fili prelevati dal lenzuolo cinquant’anni fa lascia oggi supporre che il telo sia passato dal Medio Oriente e dalla Terra Santa. «Un altro tassello che si aggiunge al mosaico di evidenze scientifiche favorevoli all’autenticità della Sindone» scrive Vatican News.
Non poco irritate dalla “fuga” della notizia le Università di Padova e Pavia invitano invece alla prudenza. Il lavoro deve ancora essere pubblicato in via definitiva. Nessuno è autorizzato a rilasciare dichiarazioni.
Il primo prelievo dei fili di lino
Nel 1978 Baima Bollome era stato autorizzato a prelevare un ridottissimo numero di fili dal telo, sostenendo poi di aver individuato sulla Sindone anche la presenza di sangue umano del gruppo AB.
Barcaccia, con i suoi colleghi, già nel 2015 su Nature Scientific Reports aveva annunciato la scoperta della presenza di DNA di contaminazione delle persone che avevano toccato la Sindone: oltre il 55,6% riconducibile al Vicino Oriente e circa il 38,7% di indiani, mentre gli europei rappresentavano meno del 5,6%. Le nuove indagini metagenomiche avrebbero ora rilevato la presenza di abbondante corallo rosso endemico del Mediterraneo, di varie piante coltivate (es. carota, grano, mais, banane e arachidi) e di animali domestici (es. bovini, maiali, polli, cani e gatti), fornendo un ricco archivio biologico sulle diverse fonti dei contaminanti che si sono accumulati sulla Sindone di Torino nel tempo. «La presenza di lignaggi etnici indiani potrebbe essere il risultato di interazioni storiche o dell’importazione di lino da parte dei romani da regioni vicine alla valle dell'Indo – riflettono gli autori del recente articolo – il termine Sindone, derivato dal greco Sindôn che significa lino fine, potrebbe essere correlato al Sindh, una regione rinomata per i suoi tessuti di alta qualità».
Le indiscrezioni uscite in questi giorni fanno invece storcere il naso al professor Luigi Garlaschelli, chimico, divulgatore scientifico e tra i fondatori del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze).
Garlaschelli ha dedicato decenni a confutare l’autenticità della Sindone, arrivando anche a effettuare un esperimento che riproducesse il trasferimento dell’immagine sul telo, “utilizzando” un suo studente di Chimica all’Università di Pavia, cosparso di pigmenti di ocra rossa. «Il lavoro postato su Arxiv circa il DNA sulla Sindone sembra condotto in modo scientificamente accurato – commenta Garlaschelli –. Quello che è discutibile è la sua interpretazione. Intanto, va sottolineato che manca ancora la pubblicazione su un journal con referee. È per ora solo un preprint. Buona parte del Dna trovato appartiene a Baima Bollone, che aveva prelevato i fili nel 1978, e ha geni ebraici. Come mai non è stato trovato il Dna del lino, dell'aloe, della mirra, di tutte le piante di cui si diceva avessero ritrovato i pollini, o del sangue?».
