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Ogni volta che fatico a prenotare biglietti per musei penso al Colosseo. Cos’è cambiato nell’ultimo anno?

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Tutte le volte che partecipo a code chilometriche per accedere a musei e siti archeologici o che faccio più fatica del normale ad acquistarne on line i biglietti di ingresso – quelli “ufficiali”, cioè senza altri servizi ad aumentarne artificialmente il costo – , il mio pensiero corre al Parco archeologico del Colosseo e alle storie che si sono sviluppate intorno alla gestione della sua biglietteria. A cominciare dalle reiterate segnalazioni – tivù e giornali in prima fila – circa l’impossibilità di acquistare on line i biglietti normali, che hanno costellato la sua storia, almeno dal 2019 in poi. Vicende culminate un anno fa con l’irrogazione di una sanzione dell’Antitrust: 20 milioni di euro, 7 solo al gestore di allora, il resto alle principali agenzie di tour operator, quasi tutte con sede all’estero. Come si è arrivati a questo?

Nel lontano 1997 il Ministero dei Beni culturali concede la gestione del servizio di biglietteria e visite guidate alla Pierreci (dal 2010 CoopCulture), allora si faceva così. La concessione prevedeva che lo Stato (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) incassasse i proventi della vendita dei biglietti, riconoscendo al concessionario una percentuale sul venduto (più vendi, più incassi). Quelli gratuiti (scolaresche e assimilati) o a prezzo ridotto diminuivano l’incasso e, di conseguenza, la percentuale al concessionario visto che il numero dei visitatori è contingentato: 3.000 persone presenti all’interno, ora portati a 3.200, biglietti totali vendibili 25.000 al giorno. Questo per i biglietti normali. Per le visite guidate, il contrario: tutto l’incasso andava al concessionario che era tenuto a versare delle royalties in base al venduto: più visite guidate a prezzo maggiorato faceva, più guadagnava.

Oggi il biglietto costa 18 €, la prevendita di 2 € è stata conglobata nel prezzo del biglietto. I biglietti sono esenti IVA, la prevendita no, gli incassi andavano direttamente al concessionario bypassando il Ministero. Considerando che il Colosseo macina oltre 10 milioni di biglietti l’anno, facile fare il conto dell’incasso della sola prevendita. Nel 2022 la vendita alle casse era stata sospesa per via del Covid; il concessionario ha incassato dalla prevendita circa 20 milioni.

Tornando al servizio, solo una parte molto ridotta dei biglietti disponibili andava al visitatore singolo, attraverso la vendita on line o alla biglietteria del Colosseo. Il grosso veniva venduto ai tour operator che li smerciavano a prezzo maggiorato per via dei servizi aggiunti, ad esempio il saltafila, il pick-up, la visita con guida. Una veloce googlata può rendere l’idea dell’economia dei biglietti del Colosseo. Il concessionario, poi, teneva parte dei biglietti per i suoi pacchetti turistici. Quelli avanzati probabilmente non aveva interesse a rimetterli in vendita, per non deprimere il mercato dei servizi aggiuntivi, quello più redditizio, a cui i visitatori dovevano obbligatoriamente rivolgersi per l’indisponibilità di biglietti normali.

Il concessionario ha gestito il servizio di biglietteria ininterrottamente dal 1997 al 1 maggio 2024, quando è subentrato vincitore della gara d’appalto del Ministero, finalmente andata in porto dopo il fallimento dei due tentativi precedenti su ricorso del concessionario stesso. Sembra che a partire da quella data la situazione delle code e della disponibilità dei biglietti ordinaria sia andata normalizzandosi, anche la flora e la fauna che bagarinava sul piazzale del Colosseo è andata diradandosi. Resta il problema dell’accaparramento dei biglietti on line tramite bot (applicazioni che lavorano in automatico all’accaparramento dei biglietti non appena vengono messi a disposizione, rendendo quasi impossibile l’acquisto ai normali cittadini) a cui i tour operator non sembrano aver rinunciato, trovare biglietti richiede molta pazienza e tanta flessibilità. Cosa è cambiato? Prima allo Stato andava una percentuale dell’incasso intorno al 20%, oggi tutto l’incasso va allo Stato che paga il servizio di biglietteria dettando le condizioni al gestore (ad esempio: il rispetto del numero minimo di casse aperte per evitare le abituali code chilometriche, le modalità di messa a disposizione dei biglietti, il contrasto alle pratiche di accaparramento eccetera). Aumentando l’incasso, il Ministero dispone di più risorse per finanziare siti ”minori” che non hanno gli introiti del Colosseo, mediante il Fondo Perequativo istituito con la Riforma Franceschini.

Quanto alle eredità del passato, l’ex concessionario e i tour operator sanzionati dall’Antitrust hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato. Nel gennaio 2026, il Tar del Lazio ha rigettato la richiesta di annullamento che avevano presentato, confermando così un provvedimento arrivato dopo mesi di istruttoria e analisi. Importante è il metodo con cui l’Antitrust ha analizzato i loro comportamenti e le conseguenze sui consumatori. Chissà se i proprietari dei principali siti italiani (in genere enti pubblici) l’hanno letto per controllare se le condizioni dei concessionari/appaltatori di questi beni non meritano un maggiore controllo e un poco più di trasparenza.

Tornando alle code e alla difficoltà ad acquistare i biglietti di musei e siti archeologici, il provvedimento dell’Antitrust dovrebbe indurre a intensificare i controlli e a sposare l’idea che i visitatori andrebbero tutelati due volte: la prima come fruitori di bellezza, la seconda come cittadini “padroni” di beni pubblici collettivi su cui intervenire per evitare speculazioni e arricchimenti indebiti.

L'articolo Ogni volta che fatico a prenotare biglietti per musei penso al Colosseo. Cos’è cambiato nell’ultimo anno? proviene da Il Fatto Quotidiano.




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