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Iran, Israele bombarda 2 poli petroliferi nel pieno dei negoziati: Trump accusa Teheran, ma a ostacolare la tregua è ancora Netanyahu

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Era già accaduto il 18 marzo. Quel giorno la Israeli Air Force aveva attaccato il polo petrolchimico di South Pars, nel sud dell’Iran. Il raid aveva segnato un salto di qualità nel conflitto perché la prima volta dal 28 febbraio era stata colpita un’infrastruttura strategica. Snodo cruciale per l’equilibrio energetico mondiale, la Pars Special Economic Energy Zone di Asaluyeh, affacciata sul Golfo Persico, ospita decine di impianti che trasformano sottoprodotti del gas naturale (etano, propano, butano) in prodotti destinati all’esportazione. Questi impianti sfruttano il gigantesco giacimento South Pars – il più grande del mondo con una superficie di 3.700 km quadrati, che rappresenta il 40% della produzione di gas di Teheran ed è stimato in circa 51 trilioni di metri cubi – e la produzione della zona è in grado di influenzare significativamente i prezzi del Gnl sui mercati globali.

Le ricadute, infatti, erano state immediate. In poche ore il petrolio aveva registrato un’impennata superiore al 5%, con il Brent schizzato fino a 110 dollari al barile, registrando nelle settimane successive aumenti fino al 60% rispetto a fine febbraio. Non era stata una semplice oscillazione: per la prima volta si era avvertito il rischio concreto di un’interruzione dell’offerta globale. Lo scenario era grave al punto che Donald Trump aveva dovuto prendere le distanze dal “colpo sferrato con rabbia” da Israele assicurando che l’alleato non avrebbe effettuato altri raid sul complesso. Non è bastato. L’episodio ha innescato una spirale di ritorsioni – Teheran ha reagito indirizzando i suoi missili verso infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo alleati di Washington dal Qatar all’Arabia Saudita, agli Emirati – che ha reso i mercati sempre più volatili e segnato l’inizio di una delle crisi energetiche più gravi degli ultimi anni.

Ieri pomeriggio South Pars è finita di nuovo nel mirino. Le Israel Defense Forces “hanno colpito con forza il più grande impianto petrolchimico dell’Iran, responsabile di circa il 50% della produzione del paese, dopo l’attacco della scorsa settimana al secondo impianto principale”, ha reso noto il ministro della Difesa Israel Katz, senza specificare quale sia il secondo impianto: il 30 marzo il think tank statunitense Institute for the Study of War ha segnalato che quel giorno Usa e Israele avevano danneggiato il complesso di Tabriz, nella provincia dell’Azerbaigian orientale e lo stesso giorno media antiregime hanno pubblicato video di esplosioni nella raffineria di Abadan, nella provincia del Khuzestan. Alle Idf, ha aggiunto Katz, è stato ordinato di “continuare a colpire con tutta la forza le infrastrutture del regime terroristico iraniano”. Tanto che ieri sotto il fuoco della Iaf è finito anche il sito di Marvdasht, nell’Iran centro-meridionale.

“Continueremo con tutta la nostra forza, su tutti i fronti, finché la minaccia non sarà eliminata e tutti gli obiettivi di guerra non saranno raggiunti”, ha scritto in mattinata Benyamin Netanyahu su X festeggiando le uccisioni di Majid Khadami, capo del dipartimento di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, e di Athar Bakri, comandante della Sezione 840 della Forza Quds, “responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo”. Poche ore prima le agenzie avevano battuto la notizia del piano del piano di pace presentato dal Pakistan al quale Teheran ha risposto con una controproposta in 10 punti.

E’ un copione già visto: appena Washington siede al tavolo per trattare con Teheran e Tel Aviv fa saltare il banco colpendo il nemico. Il 27 febbraio, poche ore prima che iniziassero le operazioni “Epic Fury” e “Roaring Lion“, il ministro degli Esteri dell’Oman aveva incontrato a Washington il vicepresidente Usa JD Vance nell’ambito di un negoziato sul programma nucleare. Il nuovo round di colloqui previsto per la settimana successiva non si è mai tenuto: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo colpiti preventivamente, noi avremmo sofferto perdite maggiori”, spiegò poco dopo il segretario di Stato Us Marco Rubio.

Lo stesso era accaduto a giugno 2025. Nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Rubio aveva immediatamente definito gli attacchi “un’azione unilaterale”. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran e il 6° round di colloqui era già fissato per il 15 giugno, sempre in Oman. Nove giorni dopo, il 22 giugno, gli Stati Uniti si univano ai raid entrando ufficialmente nel conflitto con l’operazione “Midnight Hammer”.

C’è però una differenza con quanto accade in queste ore: l’escalation sugli hub petroliferi e la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz decisa dagli ayatollah stanno precipitando il mondo in una crisi energetica che rischia di affossare per anni l’economia mondiale. Trump, che ha trascinato l’Occidente in questa spirale, è conscio del pericolo, anche in considerazione dei sondaggi che vedono scendere il suo gradimento e in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Come in un’equazione, la durata della guerra dovrebbe discendere da queste tre variabili, ma molto dipenderà da quanto ancora deciderà di farsi dettare l’agenda dall’alleato Netanyahu.

L'articolo Iran, Israele bombarda 2 poli petroliferi nel pieno dei negoziati: Trump accusa Teheran, ma a ostacolare la tregua è ancora Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.




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