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Dopo l’accusa di omicidio, quella di essere un “pusher dell’ndrangheta”. Arrestato l’ex capo ultrà dell’Inter Marco Ferdico

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L’inchiesta – che ha portato a 54 arresti nell’ambito di una indagine contro la ‘ndrangheta – ha fatto luce anche su un traffico di droga e tra gli arrestati c’è pure Marco Ferdico, l’ex capo ultrà dell’Inter condannato in primo grado lo scorso giugno a 8 anni di carcere nell’inchiesta “Doppia curva” della Procura di Milano. Già sotto processo per l’omicidio di Vittorio Baiocchi (l’altro capo ultrà ucciso nel capoluogo lombardo il 29 ottobre 2022), nell’inchiesta della Dda di Catanzaro Ferdico è indagato per cinque capi di imputazione relativi ad “aspetti legati al traffico di stupefacenti”. I pm lo definiscono “pusher di riferimento dell’organizzazione criminale nel Nord Italia”. Secondo gli investigatori, Ferdico movimentava “nell’interesse del gruppo, “ingentissimi quantitativi di stupefacente”.

Il nick name utilizzato da Ferdico era “Juventus” mentre nelle intercettazioni, l’ex capo ultrà dell’Inter veniva soprannominato “il calciatore”. Stando al “linguaggio adottato dagli indagati – si legge nell’ordinanza – è chiaro: il Ferdico viene indicato come un soggetto dedito allo spaccio di cocaina e hashish, che effettua continui investimenti nello stupefacente, riuscendo comunque a non indebitarsi: utilizzava i soldi di ‘una’ per coprire il debito ‘dell’altra’, ma ‘che per rientrare rientra’”.

Cosa vuol dire lo spiega uno degli indagati parlando con un altro soggetto proprio del “calciatore” Ferdico: “Il problema che lavora anche con bianca e fumo. E secondo noi mischia i lavori, i soldi li gira da una parte all’altra… Sicuramente compra altro… Infatti, l’altro giorno aveva 8 kg di fumo in garage… La mattina la (l’ha, ndr) venduto”. In ogni caso, Ferdico tornava utile ai calabresi per i quali era “una persona, il cui contributo criminoso è ritenuto prezioso dal gruppo”. Sempre su lui: “Oggi ha portato 16.500; ora nella settimana che viene deve darci altri 20.000; ma essendo che la prima volta che siamo saliti si è comportato bene che ci ha tolto quei 10 kg brutta. Non gli abbiamo detto nulla e lo stiamo lasciando stare perché è sempre buono averlo”.

A proposito dell’ex capo ultrà dell’Inter, nel corso della conferenza stampa, il procuratore Salvatore Curcio lo ha definito “il terminale del narcotraffico a Milano e nell’Interland milanese, in modo particolare nella provincia di Monza Brianza, per conto del locale di Ariola, forte anche da una sua passata frequentazione su Soriano, visto e considerato che vi giocava anche a calcio”. “Nella zona delle Serre vibonesi, – conclude il magistrato – la ‘Ndrangheta suscita particolare allarme sociale e preoccupazione. Spesso si fa ancora ricorso alle armi e ai fatti di sangue. L’interesse investigativo non si esaurisce certo con quest’attività di indagine”.

L’inchiesta

L’inchiesta del procuratore Salvatore Curcio ha stroncato le famiglie Emanuele e Idà di Gerocarne attive nel comprensorio delle Serre vibonesi. Grazie alle intercettazioni e alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, le indagini hanno ricostruito l’ambiente criminale della zona e l’organigramma delle cosche di Gerocarne, Soriano Calabro, Sorianello e Vazzano dove gli investigatori hanno riscontrato il penetrante controllo esercitato dal clan evidenziando l’estrema pericolosità dei suoi membri, soliti a creare un clima di assoggettamento anche attraverso pestaggi, sopraffazioni e vere e proprie spedizioni punitive consumate in danno di privati cittadini vittime di estorsione.

Pestaggi e minacce

“Se ci vogliamo toccare, ci tocchiamo per bene”. “Ti tocchiamo nel momento giusto”. “Ti spascio”. “Ti ammazzo, ti sparo”. Sono alcune delle frasi che gli affiliati alla “Locale dell’Ariola” hanno rivolto ai poliziotti che il 22 aprile 2022 stavano arrestando Michele Idà (classe 1991) e Maria Idà per reati di droga e armi. Frasi che danno l’immagine plastica dell’arroganza criminale dei soggetti arrestati oggi nel blitz della Dda di Catanzaro e della squadra mobile di Vibo Valentia che ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare per 55 persone accusate di associazione mafiosa e traffico di droga, ma anche tentato omicidio, lesioni, ricettazione, danneggiamento aggravato e detenzione di armi ed esplosivi, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori ed uccisione di animali.

Pestaggi come quello subito da un soggetto non indagato, ma “noto” agli inquirenti. L’arrestato Michele Idà (classe 1997) lo ha massacrato di botte e in un’intercettazione ha spiegato come “le ragioni del suo risentimento fossero connesse all’atteggiamento inopportuno asseritamente servato con la cognata dell’Idà. Quest’ultima pare abbia ricevuto un messaggio sui social: “Quella notte, dopo che se n’è andata di là, ha fatto un profilo… qualcuno… di Instagram… la mattina alle sette e mezza gli arriva un messaggio. ‘Eh, ti volevo dire che esco pazzo per te … però non ti posso dire chi è … perché è difficile’ … pipì popò … Poi mi sono fatto quattro conti. Siccome so che è un porco di merda con le femmine e siccome so che queste cose le fa, che ha mille profili… mia cognata poverina gli ha risposto ‘Non ti permettere più a scrivermi, che io ho un marito in galera’ eh … ho i messaggi, mi ha mandato gli screen… ‘ho un marito in galera e non ti permettere più che … che non sono quello che pensi’”.

Tanto basta per fare andare l’indagato su tutte le furie (“Lo ammazzo quanto è vero Dio. Già una volta l’ho picchiato, ma stavolta lo spacco). Quando Idà ha avuto la certezza sull’autore di quei messaggi, è partita la spedizione punitiva alla quale hanno partecipato anche gli indagati Marco Idà, Domenico Zannino e Filippo Mazzotta i quali – si legge nell’ordinanza – “durante l’intera aggressione, si erano occupati di mantenere ferma la vittima mentre Michele Idà la sottoponeva ad un violentissimo pestaggio”. “Lo abbiamo spaccato, – è il resoconto registrato dalle intercettazioni della polizia – Lo abbiamo mandato in ospedale. Aveva dieci punti in testa… con il calcio della pistola… si forte… ti giuro che gli abbiamo dato tante di quelle mazzate … poi ho preso un palanchino che c’era li dentro di quelli che cambiano le gomme e gliel’ho tirato addosso… quando cercava di fuggire, Vrasciu (Filippo Mazzotta, ndr) e Marco (Marco Idà, ndr) lo spingevano verso dentro e gli ho detto io ‘non lo toccate’… quanto sangue, prendo quel palanchino, Bam! un ‘altra volta, ancora sangue”.

Nel mirino anche gli animali

Michele Idà si sfogava anche con gli animali. In un’occasione, infatti, “sol perché infastidito dall’abbaio di alcuni cani, esplodeva dei colpi d’arma da fuoco all’indirizzo degli stessi, uccidendone uno (la cui carcassa veniva poi riposta in un sacco di colore nero, del tipo di quelli utilizzati per i rifiuti)”. Dalle bravate alle estorsioni, il passo è breve. Tra i tanti lo hanno fatto pure gli indagati Domenico Tassone e Giovanni Emmanuele che presentandosi a un operaio della ditta “Deodato Srl”, incaricata di riqualificare il “Parco urbano – Il Mulino della Gioventù” di Vazzano, gli hanno intimato: “Non montate i pannelli altrimenti stanotte veniamo e ce li smontiamo e digli al proprietario di venire a trovarci che lui lo sa”. Le estorsioni non risparmiavano nemmeno le donne con le quali intrattenevano una relazione sentimentale. Basta mettere in fila le dichiarazioni dell’indagato Salvatore Emmanuele: “Devi darmi i soldi Mery… Due anni è che mi avveleno il sangue. Eh, Mery… no, sai che fai, non fare niente … non mi dare niente, non preoccuparti che il disturbo che… l’impiccio che mi hai tolto a me, non ti preoccupare che in qualche maniera faccio che li cacci tu!… Sull’onesto di Dio che qualche sera… vengo e ‘ti appiccio’ (do fuoco, ndr) il panificio”.

Il clan aveva a disposizione molte armi, comuni e da guerra. Nel corso delle indagini la polizia ha sequestrato una vera e propria “santa barbara”: 4 pistole semiautomatiche, 3 revolver, un fucile doppietta calibro 16, un fucile semiautomatico calibro 12 ed una pistola mitragliatrice con matricola punzonata. Dalle intercettazioni e dai messaggi criptati, però, emerge che gli arrestati avevano pure kalashnikov e bazooka: “Vedi che bel fusto delle armi nostre dove c’è il kalasc ho messo un calibro 12 e il bazuka”. Ma anche esplosivi: “Ho buttato una bomba – dice un indagato– ed ho scollato tutto il marmo di una statua, gli ho sfondato tutto il marmo… ma che cazzo di bomba… è arrivata una ondata così… digli che ha tremato tutto per terra… sembrava un terremoto”.

L'articolo Dopo l’accusa di omicidio, quella di essere un “pusher dell’ndrangheta”. Arrestato l’ex capo ultrà dell’Inter Marco Ferdico proviene da Il Fatto Quotidiano.




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