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“Ho vinto X Factor ma non ero né emotivamente, né mentalmente pronto a cavalcare il successo. La psicoterapia ha cambiato l’approccio alle mie relazioni”: parla Baltimora

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Ha “desiderato fortemente questa pausa per” sé stesso e, dopo quattro anni dalla sua ultima pubblicazione discografica, Baltimora è tornato con “Dove Andare”. L’artista marchigiano, dopo aver vinto X Factor 2021 a soli 20 anni, ha fatto una scelta del tutto anticonformista, a tratti punk. Si è visto arrivare addosso popolarità e successo ma, al posto di prendere, metaforicamente, la tavola da surf e cavalcarla, ha deciso di fare un passo indietro, perché “non ero né emotivamente, né mentalmente pronto a farlo”. Ad oggi Baltimora ha pubblicato un solo disco, “Marecittà”. Ma dopo un trasferimento a Milano, un altalenante periodo da autore ed un “percorso di psicoterapia” intrapreso lo scorso anno che gli “ha completamente cambiato l’approccio alle relazioni”, Baltimora ha pronto un nuovo disco, che verrà pubblicato tra qualche settimana (ad ora, però, non si conoscono né il titolo né le tempistiche di uscita). In occasione dell’uscita di “Dove Andare”, l’artista ha raccontato, a FqMagazine, gli alti e i bassi vissuti dalla vittoria di X Factor, nel 2021.

Col senno del poi, rifaresti X Factor?
È una domanda difficile. Oggi come oggi devo tanto della mia consapevolezza a quello che è successo in passato. E quindi anche se in alcuni momenti, anzi per molto tempo, ho rimpianto l’aver fatto certe scelte nel tempo sbagliate, oggi sono grato di tutto. Perché sono arrivato ad essere qui con un disco che mi piace tanto, con delle persone attorno che mi sostengono e mi aiutano a valorizzare quello che sono, senza dover cedere a compromessi.

Nel complesso è stato, quindi, un percorso positivo quello del “durante e post” X Factor?
Sì, e forse lo rifarei perché avrei paura di non essere qui oggi. Anzi sicuramente non sarei qui e, con ciò, avrei scritto un disco diverso. Magari l’avrei fatto ugualmente in questo periodo e sarebbe andato lo stesso bene, però sarei una persona diversa. E non vorrei essere una persona diversa da quella che sono adesso.

Qual è il consiglio di un giudice o di una persona a te cara che, ancora oggi, custodisci?
Ce ne sono tanti. L’aver ritrovato la serenità nella mia vita lo devo a tutte le persone che mi circondano e che ho la fortuna di chiamare amici. Mi sento molto fortunato nei rapporti che ho e, forse, più che una singola frase, mi ha sempre aiutato molto vedere quanto siano determinati i miei amici e le persone che mi circondano. La forza che hanno e che a me, magari, era un po’ mancata in passato.

Il tuo ultimo progetto, “Marecittà”, è del 2022: poi cos’è accaduto?
C’è un tempo di riflessione, di studio, c’è tanto altro lavoro, perché in questi anni ho fatto l’autore. Ho desiderato fortemente questa pausa per me stesso e, in generale, per poter partire veramente nella mia vita artistica, da un punto di inizio realistico, più sano e più consapevole. Perché sicuramente nel momento in cui si poteva fare qualcosa in più non ero né emotivamente, né mentalmente pronto a farlo e non avevo nessuna consapevolezza che mi consentisse di affrontarlo nella maniera migliore.

Qual è stato, in questi anni, il momento più difficile da affrontare?
Ce ne sono svariati. Lavorativamente è stato sempre un po’ una montagna russa, perché per imparare e capire delle cose ci devi sbattere contro. Non mi viene in mente un momento preciso forse, semplicemente, ci sono stati tanti alti e bassi.

E il momento della ripartenza?
È stato quando per l’ennesima volta ho ricevuto dei feedback sui pezzi che scrivevo come autore, in cui mi veniva detto, in senso negativo, “è troppo Baltimora”.

Il 24 marzo hai pubblicato “Dove Andare”: è una domanda o una risposta?
È un po’ tutte e due. La pongo come una risposta ad una domanda che non vorrei più farmi…

Ovvero?
Mi sono chiesto per un sacco di tempo quale fosse la strada migliore da percorrere e tutti questi dubbi e queste domande mi hanno rallentato tanto. E credo che questa sia una sensazione molto comune, perché a meno che non si abbia una forza di volontà veramente importante, che io non ho la fortuna di avere, spesso il dover prendere decisioni e il doversi porre delle questioni, si scontra con le nostre insicurezze, che ci fermano. E io sono stato fermo per molto tempo per colpa di queste domande a cui non riuscivo a dare una risposta.

Dove si colloca “Dove Andare” in tutte queste domande che ti sei posto?
Penso che l’importante sia andare da qualche parte. E da quando sono ripartito e ho accettato il fatto che si possa partire anche senza sapere dove andare, la mia vita è completamente cambiata. Ed è chiaro che sia l’unica strada percorribile: non mi fermerò più, senza alcun tipo di dubbio, perché fermarsi ti fa stare male, ti fa anche ingigantire tanti problemi che in realtà sono facilmente risolvibili ma che, dal punto di vista di una persona ferma, statica e incapace di agire per paure o timori, sembrano essere insormontabili.

Nel brano dici “La paura di scegliere è il mio vizio da perdere”: cosa ti frena nella scelta?
Il fatto di escludere le altre possibilità. Mi succede anche nella quotidianità quando magari due persone mi scrivono e, ad una delle due dico “dai stasera ci vediamo, ci facciamo una birra”. Poi però c’è un’altra persona che, magari, non vedevo un sacco di tempo e che ti scrive la stessa cosa e tu devi dire di no ad una delle due. Questo è l’esempio più terra terra che mi viene in mente. Ma questa scelta mi logora, mi mette in una difficoltà quasi inspiegabile e, se una cosa di questo genere mi dà questa ansia, questa paura, ti lascio solo immaginare le scelte importanti della vita. Alla fine, quando fai un passo in una direzione, in qualche modo devi abbandonare l’altra e, questa mia insicurezza, me la sono sempre portata dietro e, a volte, mi ha impedito di fare la scelta che era importante fare, a prescindere dalla decisione.

Per comprendere più a fondo queste insicurezze hai intrapreso un percorso terapeutico?
Ho fatto un percorso di psicoterapia l’anno scorso, che ho iniziato quando mi sono ritrasferito ad Ancona da Milano, dove sono stato per quattro anni. Ero venuto via con l’idea di iniziare un percorso di terapia e, per quanto sia stato breve, di qualche mese, mi ha completamente cambiato l’approccio alle relazioni. Adesso riesco a capire quali sono i miei limiti e quali sono le mie necessità e le alternative a soluzioni che altri trovano e che, magari, io non riuscivo a scovare. Se prima cercavo di seguire un percorso che fosse quello di qualcun altro, adesso ho capito che devo adattarmi a me stesso e trovare le mie soluzioni.

“Quando la vita accelera io sono il primo a scendere”. Da dove nasce questa necessità di “fare un passo indietro”?
Nasce dalla consapevolezza che la fretta non porta mai a nulla buono. Cerco sempre, perché è una mia prerogativa imprescindibile nella mia quotidianità, di andare al passo che ritengo giusto. Credo fermamente che il nostro mondo vada troppo veloce: possiamo dirlo della musica a livello consumistico, ma anche della politica, dell’ambiente o di qualsiasi cosa. Siamo abituati a correre, consumiamo informazioni velocemente e non ci prendiamo più un minuto neanche per pensare. Questa cosa mi ha sempre stressato tanto perché mi piace pensare alle cose e, a volte, tendo a soffermarmici anche troppo, perdendo delle giornate. Forse dovrei prendere un po’ di questa fretta del mondo e farla mia. Non mi fa sentire a mio agio questa velocità ed ho capito di aver bisogno di circondarmi di persone che mi capiscano, sopportino e supportino, perché non posso correre più di così, altrimenti starei male e non riuscirei a fare le cose come vorrei.

“Abbiamo il presente nelle mani e il futuro nella testa, e questa cosa mi terrorizzava”, hai scritto in un recente post su Instagram. Cosa ti spaventava di più?
Il fatto che dipenda tutto da noi e questa cosa, se la prendi male, ovvero se non hai fiducia in te stesso, ti distrugge. Perché, ok, dipende tutto da me, però sono in grado di portare avanti la mia vita? “Probabilmente no”, direbbe una persona che è in difficoltà in quel momento. E quindi, il mio passato, è stato molto aspettare qualcuno che mi dicesse cosa fare, che mi dicesse “questa è la strada”, “non ti preoccupare”, “ci penso io”. Questo perché non mi ritenevo in grado di farlo da solo.

Ora riesci?
Ora capisco e mi rendo conto che abbiamo il presente nelle mani e che dipende da noi il nostro futuro. È il valore in assoluto più prezioso che abbiamo e che potremmo quasi paragonare alla libertà in generale. Però prima era un grande peso per me.

Sempre su Instagram hai scritto: “Ultimamente il tempo per me è più lento e le giornate rischiano di non finire”: cosa intendi?
Quando dico che ho avuto un periodo della mia vita in cui le giornate passavano come fossero minuti, era dovuto dal fatto che non erano piene di nulla, non c’era nulla da fare, da pensare o da far succedere. E adesso che la mia vita è completamente diversa e mi sveglio la mattina con tantissime cose e le giornate sono piene e le persone che mi circondano sono vive, attive, mi sembra veramente che siano infinite le giornate, perché non ci sono abituato. Ed è una sensazione molto bella: è banale come concetto ma più cose faccio durante la giornata e più mi sembra lunga. Invece quando passi una domenica sul divano, ti sembra brevissima perché non hai fatto nulla e quindi il tempo va dalla colazione, al pranzo, alla cena in tre secondi.

Che disco sarà quello che uscirà tra poche settimane?
È difficile descriverlo in poche parole perché ci ho messo un po’ di tempo a mettere tutte le cose a posto. Forse sono la persona più sbagliata per dare un giudizio e una visione che non sia estremamente condizionata, però credo sia un disco molto vario. È un riassunto molto breve di un periodo di tempo molto lungo. E quindi volevo metterci un po’ di tutto quello che c’è stato nella mia vita in questi quattro anni. È un disco molto suonato perché dopo “Marecittà”, che ho prodotto tutto io a computer, avevo voglia di fare qualcosa che fosse frutto delle persone, frutto degli amici che mi circondano. L’ho scritto con le persone a cui voglio bene, è un album fatto da tanti, per i miei standard: siamo in otto/nove. Ero abituato a fare musica da solo e questa cosa, secondo me, l’ha arricchito tanto e io mi sono divertito a farlo.

L’esigenza di fare un disco nuovo è nata da quando ti hanno “criticato”, da autore, di essere “troppo Baltimora”?
Non ho mai smesso di scrivere le mie cose. Avevo dei brani già scritti che non sapevo bene dove mettere, ma non me lo chiedevo. Sapevo che non era il momento di “prenderli in mano”, quindi ne ho accumulati negli anni. E proprio per questo è così vario il disco perché appunto non è stato scritto in due mesi e, quindi, il mio gusto si è evoluto nel tempo, in maniera molto organica e sincera. Quando ho deciso che era arrivato il momento, più o meno un paio di anni fa, c’erano già almeno metà delle canzoni. Poi tutto il resto è stato un po’ “tappare i buchi emotivi” che potevano esserci e integrare tutto il resto che, magari, non aveva scaturito una canzone. Alcune cose erano nate a prescindere, altre mancavano, ma erano troppo importanti per non esserci.

L'articolo “Ho vinto X Factor ma non ero né emotivamente, né mentalmente pronto a cavalcare il successo. La psicoterapia ha cambiato l’approccio alle mie relazioni”: parla Baltimora proviene da Il Fatto Quotidiano.




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