Meloni: “Tasse su extraprofitti di società energetiche e banche? Fatte da noi, non dalla sinistra”. Ecco com’è andata
“L’Italia è pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche”. Giorgia Meloni, nell’informativa alla Camera sull’azione di governo, ribadisce la possibilità di una stretta sugli extraprofitti legati all’aumento dei prezzi di petrolio e gas sui mercati globali come da proposta di Giancarlo Giorgetti e altri quattro ministri dell’Economia di grandi Paesi Ue. Ma poi durante la replica al Senato, forse innervosita dagli interventi delle opposizioni, è passata dai progetti alle rivendicazioni: aggredire gli extraprofitti “delle banche e delle società energetiche” come chiesto per esempio dal Movimento 5 Stelle “è una cosa che abbiamo fatto noi a differenza della sinistra quando si trovava al governo”. La realtà è un po’ più sfumata.
La tassa sui “profitti in eccesso”? Scritta (male) da Draghi
L’intervento sugli extraprofitti delle aziende energetiche l’ha scritto nel marzo 2022, durante la crisi causata dall’invasione russa dell’Ucraina, il governo Draghi. Fratelli d’Italia era l’unico partito all’opposizione. L’ex presidente della Bce l’aveva descritto come una tassa su “una parte degli straordinari profitti che i produttori stanno facendo grazie all’aumento dei costi delle materie prime”. In realtà si trattava di un prelievo non sui profitti ma sul maggior margine imponibile Iva realizzato tra ottobre 2021 e marzo 2022 rispetto al semestre ottobre 2020-marzo 2021, a patto che ci fosse stato un guadagno di almeno il 10% e superiore a 5 milioni di euro. La norma era mal scritta ed esposta a ricorsi. Non a caso l’incasso si è fermato a circa 3 miliardi, ben sotto gli 11 previsti. Meloni, arrivata a Chigi, con la sua prima legge di Bilancio l’ha modificato trasformandolo in un prelievo del 50% sul reddito Ires 2022 – l’anno dei maxi rincari – nel caso superasse di almeno il 10% la media dei redditi dei quattro anni precedenti, più in linea con quanto previsto dal regolamento Ue sul “contributo di solidarietà” giustificato dall’emergenza. Ma nella primavera 2023 il suo governo ha concesso un corposo sconto (circa 400 milioni di euro stando alla relazione tecnica del decreto Bollette di quell’anno) escludendo dalla base imponibile gli utilizzi di riserve del patrimonio netto accantonate in sospensione d’imposta o destinate a copertura di vincoli fiscali nei limiti del 30%.
Prima di Pasqua Giorgetti si è scoperto fan di un nuovo contributo da concordare a livello europeo, peraltro subito bocciato da Forza Italia. Bruxelles fa presente che se il governo di destra intende procedere con interventi più incisivi può farlo in autonomia: “Stiamo valutando se adottare una qualche forma di approccio più coordinato a livello europeo”, ha ricordato infatti giovedì il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis rispondendo a una domanda dell’eurodeputato Pasquale Tridico, “a rigore non c’è nulla che impedisca agli Stati membri di applicare una tassa sugli extraprofitti, poiché la tassazione diretta rientra in larga misura nelle competenze degli Stati membri”.
Il tira e molla sul contributo dalle banche
Quanto alle banche, la tassa sugli extraprofitti bancari annunciata a sorpresa nell’agosto 2023 con un’aliquota del 40% sui margini di interesse (differenza tra interessi attivi e passivi) avrebbe dovuto garantire un gettito di quasi 3 miliardi, ma è stata stravolta in Parlamento su spinta di Forza Italia: agli istituti è stata data la possibilità di evitare il versamento accantonando a riserva un importo pari a due volte e mezzo il balzello, cosa che naturalmente tutti hanno fatto azzerando i ricavi per lo Stato.
Una sceneggiata simile è andata in scena lo scorso autunno, con la Lega partita lancia in resta con la richiesta di un corposo contributo da chiedere alle banche per poi risolversi, sempre previa mediazione del leader forzista Antonio Tajani, a trattare con la lobby degli istituti (Abi) e accettare quel che avrebbe deciso di concedere. Alla fine in manovra sono entrati un aumento di 2 punti dell’Irap e un contributo straordinario scontato e volontario sulle riserve di cui sopra per sbloccarle e distribuirle come dividendi, per un impatto complessivo stimato in circa 6 miliardi in tre anni. Altri 4,5 sono attesi da anticipi, rinvio delle deduzioni e altri giochi contabili che portano più soldi in cassa solo nel breve periodo: nulla più di un prestito.
Accanto ai sacrifici è arrivata peraltro una norma che è un assist a piani individuali e fondi pensione aperti offerti da istituti finanziari e assicurativi: la portabilità del contributo del datore di lavoro alla previdenza complementare anche nel caso in cui il lavoratore scelga un fondo diverso da quello negoziale di categoria. Una misura rischia di spostare risparmio verso strumenti mediamente più costosi per chi aderisce. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, l’indicatore sintetico di costo di fondi aperti e piani individuali è più alto di 0,7-1,5 punti percentuali rispetto a quello dei fondi negoziali: una differenza che nel lungo periodo riduce sensibilmente il “tesoretto” accumulato da chi vuole lasciare il lavoro.
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