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La guerra di Trump fa ricchi i petrolieri Usa: export di greggio verso un aumento del 30% in aprile. A prezzi più alti rispetto a quelli di mercato

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Mentre il mercato globale dell’energia è scosso dalla guerra innescata dall’amministrazione Donald Trump contro l’Iran e dall’incertezza sulla riapertura effettiva dello Stretto di Hormuz, i produttori petroliferi statunitensi festeggiano un boom dell’export. Non così i consumatori, che pagano il prezzo di una nuova fiammata dell’inflazione: a marzo i prezzi al consumo sono saliti mese su mese del 3,3%, (+0,9% su base mensile) per effetto di prezzi dell’energia schizzati del 12,5% rispetto al +0,5% di febbraio. Il costo della benzina salito del 18,9%, quello del gasolio da riscaldamento del 44,2%.

Secondo stime della società di monitoraggio Kpler riportate dal Sole 24 Ore le esportazioni di greggio degli Stati Uniti sono però avviate a crescere in aprile fino a 5,2 milioni di barili al giorno, dai 3,9 milioni di marzo e rispetto a una media di circa 4 milioni nel 2025 (anno in cui erano persino calate del 3% secondo il Dipartimento dell’Energia Usa). Se confermato, si tratterebbe di un balzo del 30%. Nonostante prezzi superiori di 30-40 dollari rispetto alla media di mercato. È l’effetto della della riorganizzazione forzata dei flussi globali, plasticamente dimostrato dal fatto che ben 68 petroliere vuote sono in viaggio verso gli Stati Uniti per caricare, contro le 24 in mare a fine febbraio prima degli attacchi all’Iran. Circa la metà dei volumi – 2,5 milioni di barili al giorno, +82% su base mensile – è diretta infatti verso l’Asia, la regione più colpita dal crollo delle forniture dal Golfo Persico. Le spedizioni di greggio dalla regione sono scese da 15 a 7 milioni di barili al giorno mentre la produzione è scesa di 11 milioni.

Il collo di bottiglia resta Hormuz, attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del petrolio mondiale. I dati citati da BBC Verify mostrano che, dopo l’annuncio di una tregua di due settimane nella notte di martedì, solo 15 navi hanno attraversato lo stretto, contro una media di circa 140 al giorno prima della guerra. Di queste, appena quattro erano petroliere. Nel Golfo restano bloccate circa 800 navi, secondo gli analisti di Lloyd’s List. La tregua, peraltro fragilissima, non equivale a una normalizzazione. Come ha chiarito Sultan Ahmed Al Jaber, numero uno di Abu Dhabi National Oil Co, in un post sui social, lo stretto “non è aperto”: l’accesso è “limitato, condizionato e controllato”. In altre parole, non esiste al momento libertà di navigazione, ma un regime di passaggi contingentati – e a pagamento, ha annunciato Teheran – che mantiene elevatissimo il rischio operativo per gli armatori e comprime i flussi. I danni a infrastrutture e giacimenti, colpiti da droni e missili, fanno sì che anche nello scenario più favorevole – cessate il fuoco stabile e rapido accordo politico – il ritorno alla piena operatività richieda tempi lunghi.

In questo contesto, l’export degli Usa, che sono il primo produttore di greggio al mondo, funziona da tampone ma non può sostituire integralmente quello dal Golfo. Sia per limiti logistici come capacità portuali, disponibilità di petroliere e rotte più lunghe verso l’Asia, sia per qualità del greggio e configurazione delle raffinerie, molte delle quali – soprattutto in Asia – sono ottimizzate per greggio mediorientale. Il risultato è un mercato strutturalmente più rigido: anche con più barili americani in circolazione, la combinazione di offerta ridotta, rotte instabili e colli di bottiglia logistici continua a sostenere i prezzi e ad aumentare la volatilità.

“Ogni giorno che lo Stretto rimane chiuso, le conseguenze si aggravano”, scrive Al Jaber. “Le forniture subiscono ritardi, i mercati si irrigidiscono, i prezzi aumentano. L’impatto si fa sentire non solo sui mercati energetici, ma anche sulle economie, le industrie e le famiglie di tutto il mondo. Ogni giorno conta. Ogni ritardo aggrava i disagi”.

L'articolo La guerra di Trump fa ricchi i petrolieri Usa: export di greggio verso un aumento del 30% in aprile. A prezzi più alti rispetto a quelli di mercato proviene da Il Fatto Quotidiano.




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