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Flop Italia, in Bosnia c’era chi già pensava al dopo Gravina (e gufava contro la nazionale?)

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E, dunque, nella lunga notte di Zenica la nazionale di Gattuso e Gravina era sola. Meglio. Con pochi amici e tanti gufi, pronti alla sconfitta per dare fuoco alle polveri dei regolamenti di conti politici interni ed esterni alla Figc. Non il viatico migliore e infatti, forse anche per questo, in Bosnia l’Italia ha fallito. Quello che era un sospetto che da tempo accompagnava la traiettoria del sistema Federcalcio, dove la maggioranza bulgara di Gravina (98,7%) gli garantiva una serena navigazione ma non la possibilità di incidere davvero dove necessario e, soprattutto, di considerarsi al riparo dalle fronte dentro e fuori il palazzo di via Allegri è ora una certezza.

A togliere il velo sui giochi di palazzo che hanno animato il lungo inverno prima del playoff contro Irlanda del Nord e Bosnia è stato l’uomo chiamato dalla Lega Calcio Serie A a prendere l’eredità di Gravina: Giovanni Malagò. Che si sia trattato di una gaffe o di strategia comunicativa, poco conta. Ha detto Malagò: “Non si può dire che sono candidato alla Federcalcio. Uno riflette, come sto facendo io in questi giorni. Se ti vengono a trovare alcune società, anche prima della partita con la Bosnia, e poi ti vengono a ritrovare dopo qualche giorno, e poi ancora te ne ritrovi 19, sei preparato sul tema. Bisogna dare atto che c’è un discorso di credibilità e di rispetto da prendere in considerazione“.

Fuori dall’ufficio dell’ex numero uno dello sport italiano, fresco del successo organizzativo di Milano Cortina 2026, c’era la fila ben prima della mancata qualificazione al Mondiale firmata Gattuso. Da chi era composta? Si può andare per esclusione. Certamente non da Claudio Lotito, che continua a spingere per la soluzione governativa del commissariamento e che al momento è in assoluta minoranza nella lega della Serie A. Per Malagò alla luce del sole si sono spesi Aurelio De Laurentiis e Beppe Marotta, dato storicamente però molto vicino a Gravina.

In ogni caso mentre Buffon e Gattuso cercavano di tenere insieme i pezzi di un gruppo salutato a novembre per essere di nuovo radunato a marzo, i salotti della politica calcistica si agitavano pensando già al dopo. Qualche segnale c’era stato, ad esempio, nel fallimento della riforma del settore arbitrale su cui Gravina aveva lavorato per mesi portando due ipotesi ma che era stata congelata al momento del dunque considerando non opportuno intervenire prima dello spareggio mondiale.

“Non credo di dire qualcosa di nuovo. C’era preoccupazione. Il sistema deve essere rivisitato, ma non credo che tutte le persone che ci sono state finora abbiano solo fatto male” ha provato poi ad alleggerire il peso della sua rivelazione, Malagò il quale è chiamato adesso a una doppia sfida non semplice. Da una parte tirare a sé il consenso delle altre componenti, per garantirsi di poter sciogliere le riserve sulla propria candidatura forte del 50 per cento più uno dei consensi; in questo senso va letta anche l’apertura all’idea di imbarcare un ex calciatore nella sua eventuale squadra di governo (“Non mi viene in mente nessuno però che non abbia coinvolto un atleta in un ruolo più o meno importante nelle Federazioni. In un mondo come quello del calcio credo che un calciatore abbia un valore aggiunto da mettere in campo”).

E poi ricucire con la politica con la quale negli ultimi anni non ha avuto un rapporto idilliaco. Anzi. E’ il vero Everest che si trova a scalare come dimostra la freddezza (eufemismo) con cui la mossa della Serie A di indicarlo è stata accolta in area maggioranza di Governo: “È indispensabile che la politica si occupi del calcio. Io credo, a livello collegiale, di avere avuto rapporti importanti e positivi con le persone che fanno politica a certi livelli. Bisogna necessariamente adeguarsi, ma nell’adeguarsi bisogna anche fare presente i propri problemi. Altrimenti si pensa che accettando senza contraddizione quello che pensa la politica, si risolvano tutte le situazioni. Bisogna sperare di andare d’accordo su tutte le cose, ma anche volontà di trovare la più ampia collaborazione”. Un ramoscello d’ulivo per provare a sancire almeno una tregua. Basterà?




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