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Eco Circular Design, la startup che trasforma la sostenibilità in dati: “Il Passaporto Digitale non è un’etichetta, è una nuova grammatica del valore”

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Un’eco-designer e un bioeconomista, un ingegnere e un game designer, una comunicatrice e un accademico. Eco Circular Design nasce nel 2024 da un incontro improbabile sulla carta, inevitabile nei fatti: quello tra chi progetta la forma delle cose e chi misura il loro impatto sul mondo. Il risultato è Eco Circular Design, una piattaforma che costruisce Passaporti Digitali di Prodotto — strumenti che integrano blockchain, intelligenza artificiale e interfacce multilingua per rendere leggibile, tracciabile e verificabile tutto quello che c’è dietro un prodotto: la sua filiera, i suoi materiali, le sue emissioni, la sua storia.  

Incubata presso lo Spazio Attivo Rieti di Lazio Innova, la startup lavora all’incrocio tra normativa europea, transizione industriale e comunicazione d’impresa — in un momento in cui la direttiva Ecodesign sta per rendere il Passaporto Digitale un obbligo per interi settori produttivi. Abbiamo parlato con il team di cosa significa, concretamente, creare materia invece di aggiungersi al rumore. 

 Eco Circular Design nasce nel 2024 dall’incontro tra una eco-designer e un bioeconomista — come vi siete trovati, e come è nata l’idea di unire questi due mondi in una startup? E “Creators of Matter” è il vostro payoff: cosa significa concretamente creare materia, e non solo prodotti o servizi?
Eco Circular Design nasce dall’incontro tra due sguardi diversi ma complementari. Da una parte il design, che guarda alla materia, alla forma, all’uso e al fine vita dei prodotti; dall’altra la bioeconomia, che ragiona su filiere, impatti, misurazione e nuovi modelli di sviluppo. Ci siamo trovati su un punto essenziale: oggi la sostenibilità non può più essere solo raccontata, deve essere progettata, dimostrata e resa leggibile.
La Piattaforma Choose nasce proprio lì, nel punto in cui questi due mondi smettono di essere separati.
“Creators of Matter” per noi significa questo: non creare solo servizi immateriali, ma aiutare le imprese a dare valore e voce alla materia di cui sono fatti i loro prodotti, alla loro storia, ai loro impatti, alla loro trasformazione.  

 Sostenibilità e tecnologia sono spesso raccontate come sfide separate. Voi le avete messe insieme fin dal primo giorno: è stata una scelta coraggiosa o è sembrata la cosa più naturale del mondo?
Per noi è sembrata la cosa più naturale del mondo, anzi, oggi ci sembrerebbe quasi innaturale separarle.
La sostenibilità senza tecnologia rischia di restare uno slogan. La tecnologia senza una direzione ambientale e sociale rischia di essere solo prestazione. Noi abbiamo provato a metterle insieme fin dall’inizio perché il mercato, le normative europee e anche i consumatori stanno andando proprio in quella direzione: chiedono trasparenza, tracciabilità, dati affidabili e strumenti semplici per leggerli. 

  

 Il vostro team è volutamente multidisciplinare: un ingegnere, un game designer, una comunicatrice, un accademico. Come si lavora ogni giorno con persone che parlano linguaggi così diversi? 

A volte traducendo, a volte litigando bene, quasi sempre imparando qualcosa.
La verità è che un progetto come Choose non potrebbe nascere da un linguaggio solo. Se resta solo tecnico, non arriva alle imprese. Se resta solo creativo, non regge sul piano industriale. Se resta solo teorico, non diventa mai prodotto.
La multidisciplinarità è faticosa, ma è il nostro vantaggio: ci costringe ogni giorno a rendere semplice qualcosa che semplice non è. 

  

Sabrina, da eco-designer: come influenza il tuo sguardo estetico un prodotto come il Passaporto Digitale, che per sua natura è invisibile al tatto? Gian Matteo, da bioeconomista: quando hai capito che la strada giusta era costruire qualcosa di tuo, invece di lavorare all’interno di un sistema già esistente? 

Sabrina: Anche un prodotto digitale ha una sua materia, solo che non è fatta di peso e volume: è fatta di esperienza, leggibilità, fiducia. Lo sguardo del design serve a trasformare dati complessi in un’interfaccia che accompagna, non che respinge.
Gian Matteo: Dal mio punto di vista, ho capito che era il momento di costruire qualcosa di nostro quando mi sono reso conto che molte imprese avevano bisogno non solo di analisi o di indirizzi strategici, ma di strumenti concreti. Choose nasce anche da questo: dalla volontà di non limitarsi a osservare la transizione, ma di darle una forma operativa. 

Siete incubati presso Spazio Attivo Rieti di Lazio Innova — quanto conta per una startup come la vostra avere un luogo fisico dove crescere e una comunità intorno? 

Conta molto, soprattutto in una fase iniziale. Un luogo fisico non è solo uno spazio di lavoro: è un acceleratore di incontri, confronti e contaminazioni. Per una startup che lavora tra innovazione, sostenibilità e trasformazione industriale, avere intorno una comunità aiuta a testare meglio il linguaggio, a verificare la proposta di valore e a non chiudersi in una dimensione autoreferenziale.
Nel nostro caso, il percorso di Boost e l’ambiente di Lazio Innova ci stanno aiutando anche a rendere più nitido il posizionamento industriale e commerciale di Choose. 

Il Passaporto Digitale del Prodotto integra blockchain, Vision AI e un avatar multilingua: quando lo presentate per la prima volta a un’azienda tradizionale, qual è la reazione più comune? 

All’inizio spesso vediamo due reazioni insieme: interesse e diffidenza. Interesse perché si capisce subito che c’è qualcosa di nuovo; diffidenza perché parole come blockchain o AI, per molte imprese, sembrano ancora lontane dalla quotidianità produttiva.
Prima di affrontare il discorso con noi, molte aziende pensavano al Passaporto Digitale come a un futuro obbligo normativo, quindi come a qualcosa da subire. Quando però capiscono che può diventare anche uno strumento per generare valore, qualificando meglio il prodotto, comunicando trasparenza e rafforzando il posizionamento competitivo, cambia la prospettiva.
Il PDP non serve solo a “dire” che un prodotto è sostenibile ma serve per sollecitare l’impresa a mettere a terra i fattori che compongono davvero la sostenibilità, a misurarli, organizzarli e renderli leggibili e accessibili a tutti i soggetti della filiera. 

 Sicurezza informatica: un sistema che centralizza dati di prodotto su blockchain e AI è un bersaglio potenzialmente attraente. Come proteggete le informazioni dei vostri clienti? 

Proteggiamo le informazioni e tutti i dati introdotti attraverso un sistema di Cyber security fornito dal nostro partner di sviluppo “Mare Group SPA”, una tra le migliori Società di Ingegneria Digitale italiane quotata in borsa. 

La vostra architettura com’è oggi reggerebbe il passaggio da dieci aziende a diecimila? 

È pensata per crescere, sì. Ma siamo anche convinti che la scalabilità vera non si annunci, si conquista.
La piattaforma che nasce con una logica modulare e la collaborazione con Partner Industriali quale Mare Group, possono aiutare a reggere un aumento importante di aziende, prodotti e passaporti. Il vero salto, però, non è solo tecnico: è nella capacità di standardizzare alcune funzioni senza perdere flessibilità.
Scalare, in questo caso, significa fare una cosa difficile: restare utili a filiere molto diverse senza diventare generici. 

State lavorando con imprese, istituzioni e territori: tre tipologie di cliente molto diverse. Come si scala un modello così eterogeneo senza perdere profondità nel rapporto con ciascuno? 

Noi distinguiamo molto tra piattaforma e accompagnamento. La piattaforma può essere la stessa base tecnologica; il modo in cui la si applica deve invece cambiare.
Un’impresa vuole competitività, un’istituzione cerca affidabilità e impatto sistemico, un territorio ragiona in termini di filiera e sviluppo locale. Il nostro lavoro è tenere insieme questi piani senza confonderli.
È una sfida, ma anche uno dei motivi per cui Choose ha un’identità precisa. 

Come gestite la contabilità quotidiana e quanto tempo vi sottrae la parte amministrativa rispetto a quella creativa e tecnica? 

Come tutte le startup: cercando di non farci sommergere e facendoci aiutare da esperti del settore .
La parte amministrativa è molto meno invisibile di quanto sembri e, soprattutto all’inizio, toglie tempo e concentrazione. Per questo stiamo strutturando supporti esterni e processi più efficienti.
La creatività è fondamentale, ma senza una base amministrativa solida una startup resta fragile, anche se ha un’idea forte. 

Quanto può cambiare le sorti di Choose un partner industriale, un grande gruppo della moda, del food, o dell’artigianato italiano? Vedete il crowdfunding come uno strumento di raccolta, di validazione del mercato, o non entra nel vostro modello?
 

Un partner industriale può cambiare moltissimo, perché accelera tutto: test, credibilità, accesso al mercato, casi concreti. Per una startup come la nostra significa anche uscire più velocemente dalla fase in cui devi spiegare ogni volta da zero perché quello che fai è rilevante. Per questi motivi siamo in trattativa con due potenziali ed importanti Partner Industriali.
Sul crowdfunding abbiamo una visione molto pragmatica: può essere utile se non è solo raccolta di capitale, ma anche validazione. Se porta comunità, attenzione, mercato e fiducia, allora ha senso. Se fosse solo finanza, da solo non basterebbe. 

Come comunicate Choose al di fuori degli ambienti istituzionali e degli addetti ai lavori? 

Comunicare Choose e l’emissione del PDP al di fuori degli ambienti istituzionali e degli addetti ai lavori, in questa prima fase non è semplice ed è per questo che noi lo raccontiamo attraverso l’organizzazione di eventi dedicati come fiere (partecipazione ad ECOMONDO 2025) e workshop con Associazioni di settore, in particolare quelli che per primi dovranno adeguarsi al regolamento UE “Eco Design” passaportando i propri Prodotti come il settore Tessile. 
Quando si esce dai contesti tecnici, bisogna cambiare linguaggio senza perdere sostanza. Noi proviamo a farlo parlando di materia, filiera, trasparenza, qualità, fiducia. In fondo, Choose traduce un tema complesso in qualcosa di molto umano: il bisogno di sapere che cosa c’è davvero dietro un prodotto. 

Avete una community di riferimento, designer, aziende sostenibili, policy maker? Come si crea engagement intorno a un prodotto come il Passaporto Digitale, che per molti è ancora astratto? 

Sì, la nostra community è fatta proprio di mondi che normalmente non si parlano abbastanza: imprese, designer, innovatori, soggetti istituzionali, università, territori.
L’engagement nasce quando il Passaporto Digitale smette di sembrare un concetto astratto o burocratico e diventa uno specchio del prodotto reale. Quando un’impresa capisce che non sta solo caricando dati, ma sta costruendo una nuova forma di credibilità, allora il coinvolgimento cresce.
Il punto è far capire che il PDP non è un’etichetta digitale: è una nuova grammatica del valore. 

C’è un settore produttivo italiano — moda, food, artigianato — in cui vorreste entrare e che ancora non avete toccato? Tra cinque anni, cosa vorreste che un’azienda dicesse di voi: non in termini di fatturato, ma di impatto reale? 

La moda è sicuramente uno dei settori in cui vogliamo entrare con più forza, anche perché sarà tra quelli più investiti dai nuovi obblighi europei. Ma ci interessa molto anche l’artigianato italiano di qualità, dove il passaporto digitale potrebbe diventare uno strumento straordinario di racconto e valorizzazione.
Tra cinque anni ci piacerebbe che un’azienda dicesse di noi: “Ci hanno aiutato a capire meglio il valore di quello che facciamo, a misurarlo davvero e a renderlo riconoscibile fuori e a trasformarlo in valore aggiunto”.
Per noi l’impatto reale è questo: non aggiungere solo tecnologia, ma aumentare consapevolezza, credibilità e qualità della transizione. 

 Il Passaporto Digitale sembra un obbligo, ma in realtà diventa lo strumento che obbliga positivamente l’impresa a trasformare la sostenibilità in dati, processi e trasparenza. 

L'articolo Eco Circular Design, la startup che trasforma la sostenibilità in dati: “Il Passaporto Digitale non è un’etichetta, è una nuova grammatica del valore” proviene da Giornalettismo.




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