Ilva, cassa integrazione fino a marzo 2027 e da ottobre mancheranno i soldi. Intanto sulla vendita è tutto fermo
In attesa che il ministro delle Imprese Adolfo Urso trasformi i suoi mirabolanti annunci in fatti, gli operai dell’Ilva hanno una certezza e una nuova incertezza: fino alla fine di febbraio 2027 saranno in cassa integrazione, ma da ottobre non è garantita l’integrazione al 70% coperta con i fondi previsti dall’ultimo decreto ad hoc sull’acciaieria. Senza alcun accordo con i sindacati, è stata chiusa la procedura per la proroga della cassa integrazione chiesta da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria al ministero del Lavoro: riguarderà 4.450 lavoratori, lo stesso numero – circa il 50% dei dipendenti – della precedente.
Senza un rifinanziamento della misura, quindi, chi finirà in cassa integrazione vedrà peggiorare le proprie condizioni economiche, già fiaccate da 14 anni di ammortizzatori sociali. Secondo gli stessi calcoli aziendali, infatti, gli 11,4 milioni di euro stanziati dal decreto Ilva dell’1 dicembre 2025 coprono l’integrazione salariale fino a ottobre 2026 agli attuali livelli di tiraggio della cassa. La speranza è che con la ripartenza dell’altoforno 4, prevista a giugno, possano calare le persone costrette a convivere con gli ammortizzatori sociali. Intanto, è buio pesto sulla cessione degli impianti attraverso l’ultima gara aperta dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Urso aveva più volte assicurato che la cessione sarebbe avvenuta entro la fine di aprile ma, ormai arrivati a pochi giorni dalla scadenza, tutto tace. Sul piatto ci sono sempre le offerte di Jindal Steel e del family office Flacks, sulla cui solidità finanziaria nutrono dubbi gli stessi commissari di Acciaierie. La possibilità che tutto resti così com’è ben oltre l’inizio di maggio è più che una possibilità. Non sarebbe che l’ennesimo rinvio di una procedura che va avanti da anni. Basti ricordare che poco dopo il commissariamento, il ministro delle Imprese auspicò di assegnare l’ex Ilva entro agosto 2024.
“La proroga certifica il fallimento del governo nel rilanciare l’ex Ilva. Ormai da quasi due anni il Mimit si ostina a ricercare potenziali o improbabili investitori senza aver risanato l’ex Ilva. Acciaierie d’Italia continua a gestire il più grande gruppo siderurgico italiano ed europeo con pochissime risorse economiche che non consente sufficienti investimenti su impianti, sicurezza ed ambiente mentre i lavoratori continuano a subire la sofferenza degli ammortizzatori sociali senza alcuna prospettiva”, ha detto Guglielmo Gambardella, componente della segreteria nazionale Uilm. “È chiaro ormai che l’azienda non sa che pesci prendere, Urso non sa neanche più dire se esiste una trattativa – ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom – Venga definita una società pubblica. Se vogliono starci anche i privati, ci stiano. Altrimenti è solo un bagno di sangue che certificherà la fine dell’Ilva”.
“Il governo non vuole prendere atto della drammatica situazione in cui versano stabilimenti e lavoratori, diretti ed indiretti – evidenzia Gambardella – A partire dallo stabilimento di Taranto ci sono intere aree interdette per mancanza di sicurezza. Senza risorse e con un solo altoforno in marcia, l’azienda si sta lentamente fermando”. Da qui la richiesta, sposata da tutte le sigle metalmeccaniche, di “assumere la decisione di nazionalizzare transitoriamente l’ex Ilva” e “realizzare un piano industriale per ridare valore all’azienda, come previsto dal piano dei commissari, e realizzare un piano sociale per risarcire lavoratori che dal 2012 hanno subito le conseguenze di questa vertenza”.
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