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Март
2019

Metti una sera a cena con 1300 ragazzi (e Beppe Fiorello) a San Patrignano

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Cena JRE a San Patrignano
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Viene immediato il pensiero, sedendosi sulle panche della mensa di San Patrignano per cena, che mai nella vita è capitato di mangiare insieme a così tanta gente, anzi a così tanti ragazzi, giovani per la maggior parte. Arrivano come un fiume in piena ognuno con il gruppo con cui lavora si siede al tavolo dedicato: c’è quello della macelleria, quello della grafica e via dicendo. Si arriva a 1300 persone contando anche quanti fanno servizio al tavolo e in cucina. Tutti in piedi per il verde, il via alla cena, che è momento di riunione e saluto, anche al fondatore Vincenzo Muccioli, la cui sedia è appesa simbolicamente al muro.

I piatti sono speciali per la serata, sono creati da quattro chef di JRE Italia, la sezione italiana di Jeunes Restaurateurs, l’associazione dei giovani ristoratori europei (350 ristoranti in 16 paesi, in tutto 165 stelle Michelin, 4 milioni di ospiti e 6000 lavoratori) che ha scelto la comunità di recupero dalle dipendenze più grande d’Europa come sede del suo congresso annuale.

La cena è gourmet, l’atmosfera è talmente popolare che sul palco arriva un attore popolare come Beppe Fiorello a improvvisare un karaoke con alcuni degli ospiti della comunità. Nei piatti il manzo marinato al cardamomo di Silvio Battistoni, mezzi paccheri friarielli, alici e mandorle di Fabiana Scarica, il cappello del prete con purea di patate arancioni di Vinod Sookar e l’interpretazione dello strudel di Manfred Koefler.

Sono i 4 chef scelti a rappresentare in cucina l’associazione che raccoglie i più giovani e rappresentativi chef dell’alta gastronomia. Come 4 sono i nuovi ingressi nella sezione italiana: il 31enne Simone Nardoni del Ristorante Essenza di Terracina, il 39enne Giorgio Bertolucci del Ristorante Eurossola di Domodossola, Cesare Grandi del Ristorante La Limonaia, di Torino, 30 anni e Federico Beretta, 35enne chef del Ristorante Feel di Como.

Saranno anche loro a ospitare il progetto 2019-2020 dell’associazione. I ragazzi avranno la possibilità di fare stage di sala e cucina all’interno dei ristoranti JRE, con prospettiva di assunzione. Gli chef metteranno a disposizione la propria arte per organizzare cene e serate benefiche all’interno di San Patrignano, ma anche nei rispettivi locali (gli chef sono 88 in Italia, la guida che raccoglie i loro locali è edita da Condé Nast).

«Per noi questa collaborazione con la Comunità di San Patrignano va oltre il concetto di progetto in senso stretto», ha spiegato Luca Marchini, del Ristorante L’Erba del Re di Modena, presidente JRE Italia, «rappresenta l’ulteriore concretizzazione di quella spinta verso visioni comuni fondate sulla costruzione, sulla sensibilizzazione e sulla forza della cucina quale collante tra persone e situazioni».

Più di ogni altro progetto del passato, Dininig whit the stars con location come Maldive e Zanzibar, Tavola 25 in collaborazione con Antinori con prezzi speciali per i clienti più giovani, l’incontro dei cuochi ospiti allo stadio di Firenze, la collaborazione con la scuola di Stresa, la più importante scuola pubblica di cucina in Italia, l’impegno con San Patrignano ha un significato umano. È il concetto di talento che si esprime in cucina e che i ragazzi nella comunità riscoprono, ognuno il proprio, nel percorso per uscire dal tunnel delle dipendenze.

Sono 26mila i giovani passati di qui dal 1978 in poi. Il 72%, la ricerca è del 2006 ed in corso l’aggiornamento, non ricade nella droga. Il 62% si inserisce proprio nel mondo della ristorazione e dell’alimentare. A San Patrignano si produce di tutto: dal vino, 550mila bottiglie l’anno, ai salumi (è presidio Slow Food per la Mora Romagnola), passando per biscotti, pane e formaggi. Il marchio si chiama «Buono due volte», perché c’è la bontà nel sapore e una bella storia dietro.

Una di queste storie è quella di Diego che nella comunità, non di recupero, ma di vita, vive da 4 anni. Qui ha trovato la sensazione dello stare bene «non nelle sostanze, ma nella gente che ho intorno». Fa il casaro, che era il suo sogno di bambino, come faceva il nonno. Per arrivarci è passato dai pomeriggi chiuso in camera a piangere perché la sua diversità era presa in giro, alle prime canne, alle pasticche, all’eroina «che era come avere una coperta sopra, tutto era scomparso», agli passati per strada spacciando fra i rave in Europa. Anche nei primi due anni in comunità pensava ogni giorno di andare via, ma in lui ha prevalso la passione per il lavoro, per quel formaggio che è buono due volte e arriverà anche sulle tavole dei Jeunes Restaurateus.

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