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Май
2019

Alain Delon, Palma d’oro tra le lacrime: «È la fine di tutto»

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Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
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Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019
Alain Delon, tra le lacrime, riceve la Palma d'oro a Cannes 2019

Non ha retto l’emozione e, proprio come nel corso del rendez-vous col pubblico di qualche ora prima, si è sciolto in lacrime sul palco. È così, commosso, che, davanti a tutti, accompagnato dalla figlia Anouchka, l’83enne attore francese Alain Delon ha ritirato la Palma d’oro alla carriera al 72esimo Festival di Cannes. «Penso a questo come alla fine della mia carriera, alla fine della mia vita», ha detto al microfono l’icona del cinema francese, protagonista di oltre ottanta pellicole di successo. E mentre il pubblico rispondeva «noooo» al suo pianto dolente e malinconico, regalandogli dieci minuti di applausi intensi, lui usciva dalla sala al braccio della figlia, sussurrando «penso a Romy e Mireille».

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«Ho paura che ci saranno domande a cui non risponderò», aveva esordito il divo dagli occhi blu all’incontro con il pubblico prima della cerimonia. Un riferimento alle proteste delle femministe che aveva suscitato la sua presenza al festival, per via di alcune dichiarazioni ambigue su donne e gay. «Non si può contestare la mia carriera», si era già difeso lui dalle pagine di Le Figaro, provando a far tacere ogni polemica “sulla persona”. Come aveva fatto anche il direttore del Festival Thierry Frémaux, ribadendo: «Non gli diamo il Nobel per la pace, premiamo il suo percorso artistico».

Un percorso artistico che ha visto l’attore in più di ottanta film di successo, diretti da maestri del cinema come Melville e Visconti, Losey, Antonioni, Deray. Una collezione di capolavori che lo hanno reso una icona globale. Anche in America, dove lui pure aveva provato a lavorare ma senza mai sfondare. «A Hollywood c’erano grandi produttori che volevano farmi fare carriera lì. Ci andai, rimasi due anni, ma poi volli tornare a Parigi, la Francia e il cinema francese mi mancavano. Vivere negli Stati Uniti non faceva per me», ha raccontato in sala.

Rifiutato dalla Nouvelle vague («non mi volevano, ero bannato. Ma non me ne fregava niente, non ne avevo bisogno»), attore lo è diventato per caso, o meglio “per bellezza”. «Sono bello, sì. E sembra che fossi molto molto bello», ha spesso ripetuto con aria spavalda durante l’intervista (la stessa aria con cui ha anche detto: «Frequentavo spesso donne più grandi di me, e quando mi saltavano addosso non chiamavo la polizia»).

«Mi sono accorto presto che mi guardavano tutti. Le donne erano pazze di me e per loro ho sempre voluto essere il più bello, il più grande, il più forte: per leggerglielo negli occhi. Sono state loro, le donne, a spingermi a fare questo mestiere».

Mi sono accorto presto che mi guardavano tutti. Le donne erano pazze di me e per loro ho sempre voluto essere il più bello, il più grande, il più forte: per leggerglielo negli occhi. Sono state loro, le donne, a spingermi a fare questo mestiere

Alain Delon

E non è solo un modo di dire. Figlio di salumieri di Bourg-la-Reine, alla periferia di Parigi, poco incline agli studi, «visto che non sapevo fare niente», il giovane Alain si arruola in Marina e per tre anni combatte nella guerra in Indocina. Tornato in Francia, il cinema non è nei suoi pensieri («venivo dall’Esercito, non ho mai fatto una scuola di recitazione», rivendica quasi con orgoglio). Fu una sua amica, l’attrice Brigitte Auber, a presentarlo nel 1957 al regista Yves Allégret, che lo ingaggiò per Godot. «Non sapevo far niente», racconta, «ma lui mi prese in camerino e mi disse “Parla come fai con me, guarda come guardi me. Rendi il set come fosse la tua casa. Non recitare, vivi”. Se non me lo avesse detto, non avrei mai avuto questa carriera».

Il resto è storia (del cinema). Di Rocco e i suoi fratelli (1960) viene trasmessa la bellissima scena di Delon e Annie Girardot sul tetto del Duomo di Milano. A Delon scendono giù le lacrime. «Non sono vento qui a piangere, ma quella è una scena speciale, mi fa pensare ad Annie che non c’è più».

È così per tutti i suoi (più) grandi film: l’attore non li rivede perché quasi tutti i suoi colleghi e amici sono morti. «È troppo dura. La piscina di Jacques Deray (1969) non potrò mai più vederlo, è impossibile. Le tre persone che adoravo di più se ne sono andate. Romy, Deray, Ronet. Sentir dire a Romy “Ti amo” e sapere che non c’è più… non ci riesco».

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