Giovanna Buzzi, i premi, il teatro e mamma Gae
Quella specifica, quando parlano di lei, arriva sempre, immancabile. Qualche volta subito, appena dopo il cognome: «Giovanna Buzzi, figlia di Gae Aulenti». Qualche volta dopo, così, nel discorso, quasi fosse non voluta, casuale. Motivo di vanto, certo, visto che sua mamma è stata una degli architetti (forse oggi, nel pieno rispetto del gender equity, si direbbe «architette») più importanti del nostro Paese, ma d’altro canto – diciamolo – pure un non piccolo motivo di impaccio. Non è una questione che comunque, in questi 63 anni, sembra aver creato chissà quali insicurezze a Giovanna, tanto più che lei ha preso un’altra strada, diventando una celeberrima costumista. Pluridecorata, si è aggiudicata due Premi Abbiati per i migliori costumi lirici dell’anno (nel 1989 e nel 2005) e più recentemente, nel 2017, ha pure vinto il Metropolitan Fashion Awards, il riconoscimento internazionale che si attribuisce a Los Angeles a conclusione della settimana della Moda.
La sua storia professionale ha avuto l’avvio con tre grandissimi maestri: ha amato il teatro frequentando il Laboratorio di Prato con il regista Luca Ronconi, si è poi trasferita a Roma dove ha imparato il mestiere nella sartoria di Umberto Tirelli, ed è diventata assistente del regista, scenografo e costumista di opera Lirica, Pier Luigi Pizzi. «Luca Ronconi mi fece firmare i costumi de La serva amorosa nel 1986 e da lì è iniziato davvero tutto».
Com’era lavorare con Luca Ronconi?
«Che fosse un genio è indiscusso e per me è stato un maestro assoluto. Quello che mi dispiaceva un po’ è che tendeva di minimizzare: “Non serve il testo, non servono gli attori, non servono le scene e tantomeno i costumi…”, insomma, avevi spesso la sensazione che potesse fare a meno di tutti, che bastasse lui solo e che, in fondo, il tuo contributo fosse superfluo».
Com’è lo stato di salute del teatro oggi?
«Direi coma totale. In Italia soffriamo sia nella lirica sia nella prosa: è diventato un problema anche solo aprire le porte del teatro per dover poi pagare il riscaldamento. Per gli allestimenti rimangono davvero le briciole, ma, d’altra parte, se non si fanno, non si hanno i contributi. C’è una penuria di denaro impressionante ed è una continua corsa, affannosa, cercando di rimediare cose. Forse prima c’è stato uno sperpero dissennato, ma ora si sta tirando troppo la cinghia: si fanno spettacoli con le proiezioni per evitare le scenografie, cercando sempre di fare le nozze con i fichi secchi. Menomale che noi italiani siamo bravi con l’arte dell’arrangiarci».
All’estero non è così? Si lavora diversamente?
«Sì, è diverso. Penso per esempio al Cirque de Soleil, con cui ho lavorato per Luzia: in Canada sono massimamente metodici, rasentano l’ossessione. Per i costumi, nella loro sede, hanno un intero piano dedicato, dove lavorano circa 400 persone. Per gli spettacoli, fanno costumi identici per ogni replica. Tanto per capirci: hanno i calchi delle teste in 3d di ciascun artista, in modo che loro possano preparare nell’eventualità una parrucca o un cappello perfetti per la loro testa e poi inviarlo ovunque si trovino nel mondo».
E il suo laboratorio come funziona?
«Si chiama SlowCostume e ha sede a Roma. Siamo quattro soci: Oltre a me, c’è mio marito Odino Artioli che ne è anche amministratore e poi, con noi, Silvia Aymonino e Massimo Pieroni. Ci siamo inventati questa società, per realizzare direttamente e ottimizzare la produzione di costumi. Qualche volta i teatri acquistano le nostre creazioni altre volte li noleggiano. Abbiamo una decina di dipendenti fissi e, in base ai lavori, cerchiamo professionalità specializzate, sarti, disegnatori, artigiani».
Che cosa le piace del suo lavoro?
«Il fatto che ogni volta ricominci da capo, che ogni volta devi riscrivere le regole. Mi piace anche il fatto che, seppur nella libertà creativa, ci siano comunque dei paletti invalicabili: non farei mai la pittrice con una tela vuota davanti e una libertà d’azione illimitata. Così se devi mettere in scena la Carmen, puoi farlo in 100 modi diversi a seconda del teatro e del regista, però ci sarà una cornice entro cui stare, non puoi prescindere dal luogo e dalla situazione in cui ti trovi. E poi mi affascina sempre l’alchimia che si crea nel lavoro di equipe, negli equilibri tra interpreti, regista, scenografi…».
Lei ora sta lavorando per la grande Fête des Vignerons, ci racconta di che cosa si tratta?
«È una festa organizzata a Vevey, in Svizzera, in omaggio alle tradizioni viticole, che vuole “onorare” i raccoglitori d’uva e i contadini. Inizia il 18 luglio e va avanti per tre settimane, fino all’11 agosto. È un lavoro titanico: sono più di 6.000 abiti per uno spettacolo grandioso, oggi iscritto al Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco e organizzato circa cinque volte ogni secolo. Questa volta la direzione è in mano a Daniele Finzi Pasca, che ci ha richiamati, dopo la nostra collaborazione per le cerimonie delle Olimpiadi di Torino e di Sochi».
Teatri, spettacoli circensi e opere liriche nelle arene, perché mai il cinema?
«Nulla di predefinito, semplicemente uno comincia a lavorare con alcune persone e finisce per essere conosciuta in quel mondo lì. Diciamo che non mi è capitato…».
Sempre figlia di Gae Aulenti, ma suo padre?
«Come tutte le figlie femmine lo adoravo. Da piccola pensavo che fosse l’ uomo più bello del mondo. Anche lui era architetto, ha sempre fatto il professore universitario a Venezia. Si sono separati che io avevo 2-3 anni, proprio quando decisi che non avrei mai fatto l’architetto!».
E sua madre? Una donna ingombrante?
«Sicuramente Gae era una donna forte, ma io ho sempre cercato di far finta di niente. Non è che mi sia messa lì nell’angolo, dimessa: entrambe abbiamo avuto un carattere indipendente e pratico e ci siamo passate attraverso».
La sua famiglia oggi?
«Da 40 anni vivo con Odino Artioli, amministatore di SlowCostume. Poi c’è Nina, mia figlia, che ha tre figli, di 5, 7 e 11 anni. Oggi è lei, che fa l’architetto, a portare avanti l’Archivio Gae Aulenti».
E quel grande tatuaggio che ha sul braccio che cosa racconta?
«L’ho fatto per Pietro, mio figlio, morto nel 2009 quando aveva 22 anni. È la nave di Peter Pan che vola…».
Lei dove ha la sua base?
«Nonostante io mi senta milanese, abito a Roma da tanti anni. Anche se è pur vero che ormai, lavorando con il mondo intero, abbiamo imparato a vivere qui e là: per un anno e mezzo sono stata a Montreal, ma anche in Cina, in Russia, dove ci porta il lavoro…».
Ma lei dove vorrebbe stare?
«A Procida con i miei tre nipotini. Con loro sto bene e vorrei starci sempre di più».
Un suo progetto privato, un sogno che vuole realizzare?
«È difficile dire di no a un lavoro che viene offerto e così, tra un impegno e l’altro, non faccio mai in tempo a pensare a che cosa vorrei fare di diverso. Dopo la Fête di Vigneron in Svizzera, che ci ha impegnato per un anno e mezzo, abbiamo subito un allestimento di Einstein on The Beach, che apre la stagione 2019-2020 al Gran Teatro di Ginevra, debuttando l’11 settembre. Adesso però, per la prima volta, abbiamo creato anche una linea di merchandising con carte da gioco, maschere e un , la collezione Julie, in ricordo della moglie di Daniele Finzi Pasca che purtroppo è mancata. Abbiamo fatto carte da gioco, maschere e un leporello pieghevole…».
Che consiglio darebbe a un ragazzo che volesse fare oggi il suo mestiere?
«Questo mestiere si fa con la pratica. Appena si può ci si deve infilare in un laboratorio: è un lavoro che si impara con gli occhi e con le mani. Certo, una base di studi in Storia dell’arte e in Storia del teatro è altrettanto fondamentale. In SlowCostume prendiamo molti stagisti, che seguono i prototipi, i costumi, la fattura. Io ci tengo sempre a dire nome e cognome di quelli che hanno lavorato con noi: adesso, per questa Fête di Vigneron, abbiamo coinvolto più di 400 persone, una bella squadra».
