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Июль
2019

Ode a Novak Djokovic (e a tutti i campioni nati nel momento sbagliato)

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L’ETÀ CONTA, MA NON BISOGNA FARSI INFLUENZARE
NIENTE È IMPOSSIBILE
LE COSE DA DIMENTICARE
HA VINTO LO SPORT
GIRA LA SITUAZIONE A TUO FAVORE
QUELL’ANSIA DI MIRKA
QUELLA LINEA SOTTILE SOTTILE

«C’è stato un momento della partita, in cui la folla gridava “Roger” e io sentivo “Nole”: per fortuna sono nomi simili». Novak Djokovic sorride e guarda il trofeo di Wimbledon: lo ha vinto per la quinta volta, battendo ancora Federer, beniamino di una larga fetta di appassionati. Il pubblico, in perfetto stile british, non si è certo lasciato andare a fischi o cadute di stile, ma la differenza dei decibel tra un punto del serbo e uno dello svizzero è stata evidente sin dai primi scambi.

«Non c’è problema, sapevo che sarebbe stato così e mi sono preparato», dice ancora Djokovic in conferenza stampa. Da sempre ha il sorriso tatuato sul viso, lo ha conservato anche nei momenti più complicati: poche racchette spaccate, mai una parola fuori posto, una simpatia contagiosa. E ben 16 Slam vinti, due meno di Rafa Nadal e quattro meno del leader, Re Roger, che ha però ben sei anni più di lui: se continuerà di questo passo, è prevedibile che in futuro riesca a sorpassarlo.

Se diventerà o meno il tennista con più Slam (bisogna vedere che farà Nadal, che ha solo un anno più di lui, ndr) non ci è dato saperlo, di sicuro però – ad oggi – vincere così tanto non gli ha garantito un vero trionfo mediatico. È Djokovic, s’intende, non certo uno sconosciuto, ma il confronto con due icone quali Federer e Nadal lo costringe ad un ruolo non di primo piano, seppur nel ranking mondiale abbia occupato per 260 settimane (e occupi tutt’ora) la casella numero uno.

Cosa deve fare un atleta più di così per guadagnarsi il monopolio dei riflettori? Forse, semplicemente, sarebbe dovuto nascere in un altro periodo storico, di quelli col palcoscenico libero. Ne sa qualcosa il motociclista Jorge Lorenzo, 5 mondiali vinti, ma schiacciato tra lo strapotere mediatico di Valentino Rossi e Marc Marquez: esemplare fu il campionato 2015, chiuso con la vittoria proprio di Jorge all’ultima gara, ma l’attenzione si concentrò tutta sulle scintille Rossi-Marquez.

Nel mondo del calcio, invece, è il gioiellino Neymar che è stato stritolato nella morsa di Leo Messi e Cristiano Ronaldo, dominatori totali da oltre dieci anni: il fenomeno brasiliano, che col club ha vinto più o meno tutto quello che c’era da vincere, ha lasciato il Barcellona per cercare di consacrarsi al Psg, ma le cose non sono andate bene. Storia simile quella di Scottie Pippen, autentico fenomeno NBA e pilastro dei Bulls, che salutò Chicago perché offuscato dal magnetismo di un compagno, un «certo» Michael Jordan.

O ancora, il nuotatore Ryan Lochte che tra 2004 e 2016 ha vinto ben sei medaglie d’oro alle Olimpiadi: briciole in confronto alle 23 del recordman Micheal Phelps, «lo squalo di Baltimora». Che dire infine dell’americano Mike Powell, che nel 1991 realizzò un primato del mondo nel salto in lungo che si è conservato fino ad oggi, ma poi – nelle occasioni più importanti – la scena se la prendeva Carl Lewis, «il figlio del vento». La domanda, quindi, sorge spontanea: esiste un antidoto?

Forse l’unica soluzione è fare come Djokovic. Che vince il titolo, chiude gli occhi e si immagina la folla che urla il suo nome.

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