Il racconto di Pacifico: «L’estate che abbiamo trascorso»
L’estate di chi rimane in città spesso affascina chi è partito. C’è un sentimento languido, solitario, spaesato, sfaccendato che ognuno di noi custodisce, e il cui fantasma passeggia senza orologio al polso lungo i viali semi deserti delle metropoli.
Carmine Palatina è sul balcone. Camicia aperta, pantaloncini, ciabatte di pelle incrociate, divisa estiva comune a molti ultrasessantenni. Gente che esce al mattino presto per prendere il giornale, con addosso il fresco della doccia e del dopobarba. Gente che al profiterol fatica a resistere nonostante i divieti del dottore. Gente che completa truffaldinamente la Settimana enigmistica, che da giovane menava forte, che tra i propri momenti indimenticabili sfoggia una rissa colossale tra ragazzi davanti a un American Bar, e l’entrata di straforo a un ricevimento a cui era invitata anche la Cardinale – che poi non si presentò.
Carmine, gambe magre, ventre prominente, capelli radi abbastanza lunghi da doverli spartire sul capo lucido, probabilmente questa estate morirà.
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L’ultimo consulto col luminare era stato sconfortante.
Lo stesso primario, anziano anche lui, quindi meno impermeabile a decessi e stadi terminali, all’ennesimo danno prodotto dalla malformazione cardiaca congenita aveva allargato le braccia rassegnato: «…si riposi molto…a questo punto quasi sempre. Intervenire non avrebbe senso, i tessuti faticano ormai a cicatrizzare. I farmaci fanno quel che possono. Stia più sereno possibile. Essere arrivati fino a qui, con tutte le giornate che ha avuto in più rispetto alle previsioni, è stato un magnifico dono».
Insomma, aveva una grande opportunità. Tra sedativi più o meno blandi e la fatica a muoversi, se fosse rimasto fermo la maggior parte del tempo avrebbe visto incredibilmente aumentare la possibilità di morire nel sonno.
O comunque nel proprio letto. Non biasimava nessuno. Qualcosa lo tormentava, però.
E un tormento, per quanto penoso, rivela un punto vivo, una sfida ancora aperta. Gli faceva male un silenzio, una frase non detta trent’anni prima.
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Curvo e appoggiato con i due gomiti alla ringhiera del balcone, Carmine saltabeccava avanti e indietro nella sua vita, trovando una partenza, un abbraccio, una lite, un genitore affettuoso o sofferente e chiuso in un segreto.
Ritrovò, come sempre, quel silenzio: non disse ad Elena quel che provava per lei. La vita gli allestì intorno il momento per farlo, di quella sera di 40 anni prima ricordava luci e odori.
Ma lui non disse nulla. Elena avrebbe poi sposato suo fratello, Giuseppe, di due anni più grande e da poco più di due anni deceduto, per lo stessa malformazione che a breve ucciderà Carmine. Affaticato, boccheggiante, si tirò dritto, risoluto.
Sarebbe partito il giorno dopo per incontrarla e riempire in qualche maniera quel vuoto che lo risucchiava. Del resto, tempo per esitare non ce n’era.
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Non chiese al dottore, sapeva cosa gli avrebbe risposto.
Ma sapeva anche che qualsiasi medico, al punto in cui Carmine si trovava, gli avrebbe sì negato il permesso di andare, ma intimamente lo avrebbe esortato a fare ciò che sentiva. Con le poche competenze informatiche che aveva, acquistò un biglietto di andata e ritorno di seconda classe per San Firmino.
San Firmino è quel paese di cui tutti hanno letto, in cui alcuni sono nati, di cui molti altri conservano il ricordo pur non essendoci mai stati.
Il viaggio fu faticoso. Carmine accortamente partì senza peso e bagaglio, ma ogni cosa ormai gli richiedeva applicazione e sforzo. Inoltre, treno e vagoni parevano nuovi ma i disservizi erano continui. Le riviste sui sedili rimandavano un’immagine di grande efficienza e cortesia; ma l’aria era calda, l’affollamento la rendeva irrespirabile, le comunicazioni ai viaggiatori erano tardive o impossibili da intendere.
Carmine si distraeva, cercava di non agitarsi. Involontariamente aiutato in questo dalla suora seduta di fronte a lui.
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La suora, vestita di bianco, con quelle architetture dell’abito religioso ormai note ma che riescono sempre sorprendenti – il copricapo, la mantella candida – cercava il più possibile di restare assopita, e in tal modo distante dalla fatica.
Aveva piccoli gesti sorprendenti. Gesti comuni in realtà, ma che compiuti da una persona con quella missione e così abbigliata parevano trasgressioni, annunci di una vita nascosta fatta di preparazioni, aggiustature, quelle che tutti usiamo per campare e decentemente apparire.
La suora dopo il pasto frugale si portò lo stuzzicadenti alla bocca; e Carmine non potè evitare di indugiare sulla mano che roteava il punteruolo cercando di sfilare dalla gengiva sofferente il filaccio di prosciutto. Poi, dopo un paio d’ore, liberò i talloni dalla cinghia dei sandali, scoprendo il rinforzo sul tallone della calza.
Intorno erano tutti immersi nella lettura dei telefoni. Di tanto in tanto qualcuno, tornando dalla carrozza bar, lasciava dietro di sé l’odore di cibo precotto passato al caldo del microonde.
Così, con il solito protocollo dei lunghi viaggi in treno – l’inizio trafelato per la sistemazione dei bagagli e i saluti; il momento pensoso e attivo, tutti impegnati in scritture di messaggi lavorativi o amorosi; il tratto con le lunghe gallerie, dove senza riferimenti esterni e luce si poteva immaginare il treno diretto in verticale verso il centro della terra; i primi improvvisi ritagli di mare, su cui tutti si stiracchiavano e si risvegliavano.
Così, il treno arrivò a San Firmino.
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La parte di stazione affacciata sui binari era identica a come l’aveva lasciata decenni prima. Non era più tornato, nemmeno per il funerale del fratello. Proprio nei giorni del suo decesso Carmine ebbe un peggioramento importante, che lo costrinse al ricovero e a un lungo recupero.
Uscendo sul piazzale saltava agli occhi una volontà intermittente di rinnovamento. La facciata della stazione era stata rammodernata, e soprattuto era quasi interamente coperta da cartelloni pubblicitari in cui si annunciava l’arrivo in città della fibra ottica.
Il parcheggio era a pochi passi, automatizzato e capiente, avvitato sottoterra per diversi piani. Ma mai avrebbe avuto ragione del comfort garantito dall’appoggio dell’auto in seconda o terza fila, con le quattro frecce spaparanzate.
Panchine, lampioni, i bar intorno sembravano gli stessi; ma al posto delle figure burbere e bonarie che ricordava dietro il bancone – che avevano nomi immancabilmente preceduti da zio o compare – si muovevano cinesi minuti e instancabili, o ragazzi pachistani più pigri e cordiali.
Carmine respirava affannosamente, sudava copiosamente. Dopo un momento difficoltoso di ambientamento e vertigine, si avviò per il viale che dalla stazione conduce al centro storico.
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Aveva il timore che qualcuno, riconoscendolo, lo chiamasse. Si vide riflesso in una vetrina: il cappello di paglia, la camicia a righe su cui indossava un gilet di cotone chiaro pieno di tasche per chiavi e occhiali, un paio di blue jeans comodi, le scarpe da ginnastica senza marca visibile.
Si era trasformato. A un certo punto della vita la sua figura giovane o almeno riconoscibile era scomparsa. Molti dei coetanei che incontrava e guardava di sottecchi erano come lui, nascosti sotto prolassi, calvizie, abiti senza forma.
Nessuno lo avrebbe riconosciuto. O, fosse mai accaduto, nessuno lo avrebbe chiamato. Alla fine del viale, sulla piccola piazza posta davanti alla ragnatela del centro storico, rimaneva intatta la fontana, solo scarabocchiata su un lato da una scritta incomprensibile fatta con la vernice spray.
Appoggiati a quella fontana, quarant’anni prima, Carmine vide Elena e Giuseppe baciarsi.
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Tornava da un giro in bicicletta. Perlustrava le strade e i bar senza chiedere di nessuno, ma sperando forte, ansiosamente, di incontrarla. La vide infine. Elena e Giuseppe stavano seduti sul bordo della fontana, nascosti in un abbraccio lungo.
Solo qualche giorno prima Carmine aveva parlato a Giuseppe di Elena, di come gli capitava di pensarla con un’intensità che non si aspettava, e che faceva il possibile per incontrarla. Giuseppe a quelle confidenza rispondeva scrollando le spalle, masticando un filo d’erba, come se fossero cose da poco rispetto alle responsabilità che da fratello maggiore già gli toccava assumersi.
A Carmine quell’abbraccio sembrò lunghissimo, e ricorda con certezza di non avere respirato per tutto il tempo in cui li ha guardati. Stavano lì in mezzo alle carrozzine, ai palloncini pieni di elio, ai venditori di liquirizia e ciucci riempiti di caramelline di zucchero. Stavano immobili mentre intorno i ragazzi più grandi, con i golfini appoggiati alle spalle, si davano indicazioni prima di prendere le auto decappottabili e proseguire la serata.
Carmine si fermò, vacillava, riuscì fortunosamente a trovare lo schienale di una panchina a cui appoggiarsi. Si asciugò fronte e collo, si tolse dagli occhi la scena che ancora scandagliava nei minimi dettagli.
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Giuseppe e Elena si sposarono poco dopo, e andarono a vivere nella casa di famiglia di lei. La stessa sotto la quale adesso Carmine arrivava con passo stentato.
Il matrimonio regalò a Carmine una sensazione ambigua. Su quel matrimonio incombeva la malattia di Giuseppe, una malattia che anche nel suo caso pareva dargli solo pochi anni di vita. Carmine era attraversato da un sentimento duplice, in parte speranza per la possibile morte prematura del fratello, e in parte vergogna per la meschinità di tale aspettativa.
Si fermò sotto le finestre della casa. Stavano lì affacciati una sera, lui e Elena, si godevano il fresco, con le luci spente dietro per non richiamare le zanzare. C’era qualcosa che dovevano dirsi in quel momento.
Carmine ne è rimasto certo per anni, allevando con cura il rimpianto. Che è un dispiacere amato, un dolore che non si vuole veramente lasciare andare. Perché con l’amarezza se ne andrebbe anche il desiderio che c’era.
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Quelli sono momenti in cui i dettagli svelano enormità, i desideri si presentano all’altro in rifinite miniature. Questione di millimetri, uno sguardo che indugia un millisecondo in più, e che in quel millisecondo incontra l’altro. Un’attenzione, una gentilezza, l’unisono della risata, la rivelazione di un’intesa naturale.
Fu lei a cercare di trovare delle parole per vedere cosa c’era oltre quel silenzio: « …è strano…non ti sembra tutto così strano? »
Ma non c’era nulla di strano a cui lui poteva appigliarsi. Era sera, quasi notte, in strada non c’era più nessuno, grilli e velature di nuvole intorno alla luna su San Firmino.
Si poteva solo cogliere quell’invito incerto e aggiungere qualcosa, come in quel gioco delle mani che si sommano verso l’alto. Ma Carmine non disse niente. Esitò qualche secondo. Quando quei secondi diventarono minuto la strada del distacco diventò troppo lunga da percorrere all’indietro.
Dall’oscurità delle stanze via via lasciate alle spalle, la madre di Elena disse « E’ tardi », neutra e stanca, senza ostilità, lo disse come l’avrebbe detto un orologio. Frettolosamente Carmine salutò, scese le scale di corsa, con l’imbarazzo addosso che lo faceva sudare.
Non seppe mai se lei da sopra lo stesse guardando mentre si allontanava correndo, o se fosse semplicemente rientrata, spogliandosi a fatica e sbadigliando.
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Era sera, ma la giornata era ancora luminosa, tanto che le prime luci di paese sembravano in anticipo e fuori luogo.
Carmine si sedette sullo scalino in pietra sbrecciato ai piedi del portone. Si ventilava col fazzoletto zuppo e aspettava, non c’era nessuno in casa, Elena era andata probabilmente a fare spese.
La vide arrivare da lontano, la riconobbe a colpo d’occhio. Lei alzò il viso, vide che qualcuno era davanti al portone di casa sua, ma non ci mise pensiero, non affrettò il passo. Quando se la ritrovò a pochi metri Carmine si alzò, non senza fatica, e si levò il cappello. Allora lei lo riconobbe, e poggiò le borse della spesa in terra, le lasciò quasi cadere.
Si avvicinò, prima tenendo le braccia conserte, chiusa, forse risentita. Lui non venne al funerale di Giuseppe, e sbrigò la pratica della morte del fratello con un telegramma di cordoglio.
Poi allungò la mano destra, e quando lui la strinse con la sua mano lei ci mise sopra anche l’altra: «Non ti aspettavamo più, quanto tempo ci hai messo «Carmine disse sì con il capo, disse sì a lungo, come se quel sì potesse rispondere a questa domanda per tutte le volte in cui aveva esitato.
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Dopo cena le parlò, disse tutto.
Che da quella sera il dispiacere non l’aveva mai lasciato. Era consapevole che a dirlo si rendeva ridicolo, ma almeno questa cosa adesso era fuori di lui e smetteva di andarsene a zonzo dentro, dando capocciate a tradimento.
Parlò stanco, con poco fiato, ma senza esitazioni. Loro due di fronte, a tavola, briciole e bicchieri svuotati davanti, ogni tanto uno dei due agitava una mano per allontanare una mosca.
Lei non fu sorpresa. Si alzò e senza dire nulla lavò a mano le poche stoviglie. Forse quel silenzio era la vendetta per il silenzio di tanti anni prima, forse era il silenzio che serve a volte per capire cosa fare.
Stanco, gonfio, in procinto di morire, Carmine Palatina sposò Elena Galanti, già Palatina. Si sposarono nella chiesa parzialmente distrutta di San Firmino, in località Pareti, un circolino poggiato sulla linea tratteggiata di confine che divide l’Abruzzo dalla Spagna
Lei accettò quest’uomo per il poco tempo che restava, e accetto contemporaneamente su di sé la diceria per la quale avesse una calcolata predilezione per i cardiopatici, uomini con poco tempo da vivere e beni da lasciare alla vedova.
Loro sapevano di quanta vita fu pieno quell’agosto, lo sapevano loro e nessun altro.
Perché nessuno di quelli che ci passa a fianco sa della grande o misera estate che abbiamo trascorso.
