Cristina Parodi, il sogno della moda diventa realtà
Cri come Cristina. Da come Daniela. Cristina Parodi e Daniela Palazzi, assieme, da pochi mesi sono Crida: una nuova griffe nata dalla volontà delle due amiche bergamasche di creare una collezione di abiti perfetti per le donne come loro. Dalla volontà – sembra una frase fatta, ma è proprio così – di dare vita a un sogno cullato da tanti anni. Come ci racconta proprio il volto noto dell’accoppiata di imprenditrici, Cristina Parodi.
Conosciamo bene la sua passione per la moda ma, davvero, come le è venuta questa voglia di lanciarsi in un’avventura, anche imprenditoriale, come quella di Crida?
«Un’avventura che richiede molto tempo, denaro, ed è molto faticosa. In realtà volevo creare qualcosa di mio in un’età in cui, di solito, non si ha più voglia di fare niente. Un sogno che con Daniela coltivavo da tempo: siamo amiche da sempre e da sempre ci facciamo i vestiti. Lei è una delle persone più eleganti che io conosca, ed è capace di disegnare, cucire, creare, accostare i colori… Da tanto creavamo per noi stesse quei vestiti che non trovavamo nei negozi, e che sono perfetti per le donne come noi. L’estate scorsa mi sono resa conto che avrei avuto un po’ più di tempo libero e… ci siamo dette: ora o mai più».
Ed è stato «ora».
«I modelli li avevamo già in mente e sperimentati con le nostre amiche da un po’: sono vestiti che vanno a occupare uno spazio che sul mercato non c’è. Abiti semplici, di un’eleganza tipicamente italiana, non vistosi, sartoriali, no logo. Terribilmente chic, mi piace dire. Vestiti mai audaci, mai sfacciatamente sexy: non stringono, non fasciano. Sono femminili, è diverso. E poi sono comodi: ogni nostra taglia, ne “contiene” due. Vestiti che si comprano per l’emozione e il piacere di indossarli. Puntiamo molto sui tessuti di qualità, a cominciare dalla seta, che ci piace molto. Il nostro obiettivo è quello di far stare bene una donna dentro un abito. Ma anche far tornare a indossare gli abiti, passepartout dalla mattina alla sera: basta cambiare gli accessori».
LA COLLEZIONE CRIDA PRIMAVERA-ESTATE 2020:
Un prodotto per le donne dagli «anta» in su?
«Io credo che ci sia bisogno di rieducare le nuove generazioni alla bellezza della moda. I millennials puntano ai prodotti griffatissimi e di tendenza, che usi forse una stagione e poi non li puoi più vedere. Il consumo della moda è eccessivo, il fast fashion è troppo fast, ormai. La sfida è quella di fare una moda che duri nel tempo e che possa piacere anche ai giovani. Prima di lanciarci in quest’avventura, abbiamo voluto testare questi vestiti sulle nostre figlie e sulle loro amiche. Basta indossarli con gli anfibi e diventano rock. I ragazzi poi sono giustamente molto sensibili al tema ambientale: gli abiti di Crida sono tutti naturali. La moda deve essere così: sostenibile e circolare».
Avete scelto di essere assolutamente Made in Italy.
«L’industria e l’artigianato italiani vanno sostenuti, ora più che mai. I nostri modelli si chiamano con i nomi delle città italiane, ma l’idea ci è venuta in tempi non sospetti. Oggi sembra un messaggio d’amore per il nostro Paese, e lo è. Noi italiani siamo i più bravi a fare vestiti, ma non parlo solo dei grandi geni della nostra moda. Parlo anche della filiera di artigiani abilissimi che il mondo ci invidia. Non per nulla, chi vuole fare moda davvero, alla fine, deve produrre qui da noi».
Lei è partita avvantaggiata, diciamocelo: il suo nome si conosce, ha la fiducia del pubblico, uno stile ammirato. Ma quali sono i rischi che una giovane start-up corre in un periodo storico strano e complicato come questo? E il governo può fare qualcosa per aiutare le giovani imprese della moda?
«Il nostro brand è giovanissimo, per i sussidi servono i bilanci pregressi che ovviamente non abbiamo. Dalla nostra, però, abbiamo una struttura leggerissima: siamo io, la mia socia e un’amica che si occupa dell’amministrazione. Pensi che io, almeno all’inizio, non volevo comparire nel progetto come volto, volevamo che fosse il prodotto a parlare. La situazione però si è complicata: il prodotto arriva solo ora nei negozi, che comunque sono anche meno del previsto. Il virus ha dato un duro colpo all’industria della moda. Per avere un po’ più di forza, quindi, abbiamo deciso di raccontare in prima persona il brand».
Lei è, dai tempi del TG5, un’esperta di moda. Si parla molto di quanto la moda italiana – per affrontare il momento difficile che sta vivendo, e che vivrà forse sempre più – dovrebbe finalmente imparare a fare «sistema». Che cosa deve fare il sistema moda, oggi, per sopravvivere?
«Rallentare. Già da giornalista mi ero fatta l’idea che la moda andasse troppo veloce, in una corsa al consumo che forse non ha più senso. Troppe collezioni all’anno, troppe precollezioni. Troppo di tutto. La moda, oggi, dovrebbe offrire al consumatore più valore, più emozione. Concentrasi su meno e fatto meglio. Ho apprezzato molto la scelta di Saint Laurent, che ha deciso di non sfilare necessariamente la prossima collezione a settembre, ma quando avrà qualcosa da raccontare di nuovo. E poi bisogna imparare a fare squadra, e favorire le aziende italiane, cercando di non produrre necessariamente all’estero».
In tv ha cominciato a lavorare occupandosi di sport. La moda e il costume sono arrivati solo anni dopo. Ma li amava già prima che diventassero argomento del suo lavoro?
«Lo sport è stato il mio modo per arrivare in televisione. Ho detestato da sempre il calcio, e caso ha voluto che me ne dovessi occupare. Da ragazza non avevo la passione della moda, vestivo con jeans e gonnellina scozzese, mocassini e stile college. L’ho scoperta davvero da sposata, quando ho iniziato a occuparmene per il TG. Un amore cresciuto poco per volta, da quando ho capito che il vestito può servire a raccontare chi sei. Così, se in tv e nel daywear ho indossato da sempre l’eleganza sobria di Max Mara, per la sera mi sono anche divertita con gli eccessi di Roberto Cavalli, con lo stile di Valentino, di Armani, di Alberta Ferretti…».
Non un colpo di fulmine, insomma, ma una lunga storia d’amore.
«Che è culminata con il matrimonio con Daniela Palazzi! Certo, dovendo scegliere l’anno in cui esordire… non ci è’ andata proprio benissimo. Ma noi siamo bergamaschi, e i bergamaschi non mollano mai».
CRISTINA PARODI OSPITE DELLE #VFQUARANTINESTORIES:
