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Israele perché deve farci davvero paura l’estrema destra messianica

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Sì, c’è davvero di avere paura, tanta paura,  di una destra fanatica, messianica, convinta che il “popolo eletto” ha una missione divina da compiere: realizzare la Grande Israele sulla sacra Terra d’Israele, dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). 

Una destra che fa paura

È la destra che terrorizza i palestinesi in Cisgiordania. Che vorrebbe far morire di fame, oltre che di bombe e mitragliate, 2,3 milioni di gazawi. È la destra che oggi detta legge nel governo peggiore nella storia d’Israele.

Il ritorno di Kahane

Scrive Hanin Majadli su Haaretz: “Non sono appassionato di podcast, il concetto non mi ha mai catturato. E quando ho visto che un certo video, un estratto di quello che sembrava essere un podcast piuttosto noioso e generico – con due ragazzi ashkenaziti che avrebbero potuto comparire in un annuncio di reclutamento per una startup di Tel Aviv, che chiacchieravano e ridevano in inglese – non mi sono soffermata ad ascoltare più da vicino. 

Ma un giorno dopo, quando ho notato che il podcast era ancora in cima alle classifiche dei podcast e che tutti ne parlavano, la mia curiosità ha avuto la meglio e l’ho ascoltato. 

Mi ci sono voluti alcuni secondi per rendermi conto di aver sentito uno dei due ragazzi rilassati, che poteva essere il ragazzo della porta accanto, dire quanto segue: “Se mi dessi un pulsante per cancellare Gaza, in modo che ogni singolo essere vivente a Gaza non sia più in vita domani, lo premerei in un secondo”. Mi si sono rizzati i capelli in testa. 

Poi il co-conduttore gli ha risposto: “Buon per te, fratello, che hai il coraggio di dirlo”, o qualcosa del genere. Un ragazzo ha continuato dicendo che “la maggior parte degli ebrei israeliani” vorrebbe premere quel pulsante. “Non ne parlerebbero come me, non direbbero ‘l’ho premuto’”. Al che il suo co-conduttore ha risposto: “Non hanno le palle d’acciaio come te”. 

In realtà, non servono palle d’acciaio. Tutto ciò che serve è mancanza di cuore, senso di supremazia e anni di disumanizzazione.  Il momento in cui l’universo è imploso è stato quando ho visto il nome di questo podcast: “Two Nice Jewish Boys”. Non vorrei mai incontrare la versione “cattiva”. 

I due co-conduttori sono Naor Meningher e Eytan Weinstein. Ma non trattenere il fiato: non leggerai sul giornale che sono stati arrestati per aver rilasciato dichiarazioni a sostegno del terrorismo.

Ma perché dovrei essere scioccato? Non è che non avessi mai sentito cose simili o peggiori, rivolte a me personalmente, e di certo avevo già letto molti post terrificanti e sentito commenti oltraggiosi da parte di MK di sinistra-sionisti. Avevo visto un attivista di sinistra scrivere che questa era la “più giusta di tutte le guerre”, quando ormai è ovvio che abbiamo superato la fase della guerra.

Per anni mi sono fatto un’idea del tipo di israeliano che avrebbe detto queste cose: kippah lavorata a maglia, coloni, bibi-isti, ma ora lo sentivo dire da due ragazzi bianchi apparentemente simpatici e secchioni e la cosa mi ha sconvolto per un attimo. Ma la verità è che questo è un discorso abbastanza normale in Israele. A volte c’è una versione più sottile di “premi il pulsante e cancella Gaza”: “È impossibile cancellare 2 milioni di persone”. Ah, quindi la guerra dovrebbe fermarsi solo perché è impossibile? Fantastico. 

Non solo il nome del podcast ha attirato la mia attenzione, ma sono convinto che qualche potere superiore abbia guidato questi ragazzi a chiamarlo così solo perché io scrivessi un saggio al riguardo. Prima ancora che l’inchiostro elettronico si asciugasse su ciò che avrei voluto dire su questi simpatici ragazzi che gridavano slogan sul genocidio, mi è saltato all’occhio un post precedente dell’ex Viceministro dei Servizi Religiosi Matan Kahana, che per qualche motivo è considerato moderato e disponibile al compromesso.

Lo stesso Matan Kahana che due anni fa,  , durante il cosiddetto governo del cambiamento, disse: “Se ci fosse un pulsante da premere, tutti gli arabi qui scomparirebbero e verrebbero messi su un treno espresso per la Svizzera, dove vivrebbero vite fantastiche, fantastiche”. … Io premerei quel pulsante”. Lo stesso Kahana che condanna i coloni violenti solo per i danni che causano all’impresa di insediamento. 

Il Kahane originale, il rabbino Meir Kahane, uò essere scomparso, ma il suo spirito continua a vivere nel mainstream israeliano.

Una intervista “profetica”

È quella che concesse a chi scrive, poco prima della sua morte, il grande scrittore israeliano Abraham Bet Yehoshua. La riproponiamo oggi ai lettori di Globalist per la sua straordinaria attualità.

“Non si può mascherare un fallimento politico con una improvvida fuga in avanti, quale è, a mio avviso, vagheggiare uno Stato binazionale. Sono sempre più convinto che la pace, che passa necessariamente attraverso la separazione di due popoli in due Stati, non è una concessione fatta ai palestinesi ma è un’esigenza vitale per un Paese, Israele, che intende preservare i suoi due caratteri fondanti: l’identità ebraica e la democrazia”.

A sostenerlo è uno dei grandi della letteratura israeliana: Abraham Bet Yehoshua Rilanciare l’idea di due Stati per due popoli significa anche affrontare un tema caro a Yehoshua: quello dei confini. Un tema fondamentale riflette lo scrittore israeliano, «perché la mancanza di confini fra due nazioni è una delle cause principali del sangue versato in tutti questi anni. Ed anche perché definire i confini ci impone di ripensare noi stessi, rivisitare la storia di Israele e tornare agli ideali originari del sionismo, per i quali l’essenza dello Stato di Israele non si incentrava nelle sue dimensioni territoriali né in un afflato messianico, bensì nel fare d’Israele un Paese normale. La conquista della normalità: è il sogno da realizzare, l’approdo finale, la conquista di una vita, il modo migliore per essere altri e diversi, unici e particolari – come lo è ogni popolo – senza preoccuparci di perdere l’identità»

. Perché è importante per Israele non abbandonare una riflessione, che è culturale oltre che politica, sul tema dei confini? 

Definire i confini ci impone di ripensare noi stessi, rivisitare la storia di Israele e tornare agli ideali originari del sionismo, per i quali l’essenza dello Stato di Israele non si realizzava nelle sue dimensioni territoriali né in un afflato messianico, bensì nella capacità di fare d’Israele un Paese normale. Lei mi chiedeva cos’è per me la pace? La risposta è semplice e al tempo stesso terribilmente difficile da realizzare: la pace è la conquista della normalità. E quando ci sarà la pace e il quadro normale dello Stato d’Israele consentirà il riconoscimento definitivo del consesso dei popoli, e in particolare dei popoli dell’area in cui ci troviamo, ci renderemo conto che “normalità” non è una parola spregevole ma, al contrario, l’ingresso in una epoca nuova e ricca di possibilità, in cui il popolo ebraico potrà modellare il proprio destino, produrre una propria cultura completa. Si dimostrerà il modo migliore per essere altri e diversi, unici e particolari – come lo è ogni popolo – senza preoccuparci di perdere l’identità. 

D’altro canto, l’abbattimento del “Muro” che riguarda noi israeliani e i palestinesi – continua lo scrittore – non può portare con sé l’idea di una unificazione tra due entità nazionali che restano comunque separate. Voglio essere ancora più esplicito: l’opposto del “Muro”, la sua alternativa non è uno Stato binazionale, che era e resta una soluzione impraticabile.

 Su cosa fonda questa valutazione? 

Alla base vi sono ragioni molteplici e di diversa natura. In questo conflitto israeliani e palestinesi hanno rafforzato le rispettive identità nazionali, oltre che una diffidenza reciproca. Alla fine, spero e credo, ci sarà pace ma mai “amore. Se pace sarà, sarà la pace dei generali, come Yitzhak Rabin, che combatterono per una vita contro il nemico e da questa esperienza trassero la convinzione che non esiste una via militare alla sicurezza e alla normalità per Israele. E poi alla base della separazione in due Stati c’è anche un’altra ragione che investe l’essenza di Israele, che rimanda alla sua identità ebraica. Ed è proprio per preservare questa identità, insieme ai suoi caratteri democratici, che occorre separarci riconoscendo all’altro, ai palestinesi, il diritto, che porta con sé anche obblighi e doveri, ad un proprio Stato.

 In Israele si discute molto sul pericolo interno, rappresentato dall’estrema destra ultranazionalista. A suo avviso esiste un nesso, e se sì quale, tra la pace e la sconfitta dell’estrema destra radicale? 

La pace con i palestinesi, e la fine del regime di occupazione nei Territori, non è una gentile concessione al “nemico”, ma è la condizione fondamentale per preservare il nostro sistema democratico e quei valori che ne sono a fondamento. 

Insisto su questo punto: perché la fine dell’occupazione può divenire un efficace antidoto contro l’affermarsi di una cultura e di una pratica estremista in Israele? 

Perché spazza via quella cultura dell’emergenza sulla base della quale c’è chi tende a mettere tra parentesi qualsiasi altra cosa. Noi non stiamo parlando di territori di oltremare, stiamo parlando di città palestinesi che sono a pochi chilometri da Gerusalemme o da Haifa. Si confiscano terre palestinesi illegalmente, si permette che coloni che risiedono in insediamenti illegali possano compiere atti provocatori contro i palestinesi senza per questo incorrere nelle pene che analoghe azioni comporterebbero se commesse in Israele e contro altri cittadini israeliani. Questa logica colonialista rischia di trasformarsi in un cancro le cui metastasi aggrediscono il corpo sano di Israele. L’emergenzialismo rischia sempre più di divenire sinonimo di impunità; e l’impunità porta con sé la convinzione che tutto sia lecito, anche usare violenza all’altro da sé, sia esso una donna laica o un pacifista considerato come un traditore da schiacciare. Non mi riferisco solo all’estrema destra politica. Anche l’universo religioso, con tutte le sue correnti, sta diventando sempre più oltranzista, inventando nuovi divieti e forme di tormento. Chi avrebbe mai pensato che nella mia città natale, Gerusalemme, sarebbe stata introdotta la separazione tra donne e uomini su alcune linee di trasporto urbano? Chi avrebbe mai pensato che gli ultraortodossi avrebbero conquistato interi quartieri in varie città proibendo ai loro seguaci di affittare appartamenti agli arabi? Anche qui c’è un legame con il tema della pace e di uno Stato palestinese: quanto più i toni del dibattito sulla creazione di questo Stato si smorzano, e le reali differenze politiche sul tema scompaiono, con una sinistra che sbiadisce la sua identità e smarrisce la propria memoria storica, tanto più in Israele si risveglia un’impetuosa ondata nazionalista che tende a ledere inviolabili diritti civili.

Tempo fa, lei fu tra gli intellettuali che sottoscrissero una lettera aperta in cui si chiedeva a Israele, alla sua leadership politica, il coraggio di riconoscere le sofferenze inflitte ai palestinesi. Quell’appello è ancora attuale?
Direi proprio di sì. E la ragione non va ricercata in un astratto senso di giustizia o di umana “pietas”. Essa affonda nel profondo della nostra identità. Per chi, come me, pensa che il sionismo è stato un ideale morale e per ciò stesso coronato dal successo, che ha portato gli ebrei da uno stato di alienazione e di dipendenza, risultato nell’odio antisemita e nella Shoah, a una piena responsabilità sul proprio destino, deve capire che gli israeliani avranno un debito morale eterno nei confronti dei palestinesi che sono stati costretti a cedere una parte della loro terra in favore del sionismo.
Questo debito morale forse non potrà mai essere compensato adeguatamente in termini territoriali, ma può essere risarcito mediante altre forme di riparazione, soprattutto mostrando grande tolleranza nei confronti di coloro che hanno dovuto pagare tanto caramente il prezzo della convivenza con gli ebrei nella patria comune. È un atto di coraggio collettivo quello che chiedo a noi israeliani, sapendo che accettare di non essere le sole vittime è più difficile che lasciare i Territori.


Riconoscere l’altro da sé, la sua identità, la sua storia, è dunque un passaggio cruciale per una pace davvero condivisa?
È un banco di prova decisivo. Per tutti. Quello a cui penso è un riconoscimento reciproco che sia qualcosa di più profondo, meditato, nobile, della presa d’atto del fatto che noi israeliani e i palestinesi siamo “condannati” a vivere gli uni a fianco degli altri. Ciò vale per il riconoscimento delle rispettive identità nazionali come per un altro aspetto non meno importante e che è tornato in queste settimane alla ribalta per alcune testimonianze scioccanti di soldati impegnati nelle operazioni militari a Gaza.


Lei si riferisce alle denunce del gruppo Breaking the Silence” (Rompere il silenzio)…
Sì, a quelle. Ciò che mi preme sottolineare è una verità fondamentale che sottende questa drammatica vicenda….


Qual è questa verità?
Ogni comportamento che adottiamo nei confronti del “nemico” finisce per permeare anche la nostra esistenza, le relazioni interne a Israele: se tutto diventa lecito contro il “nemico”, se la cifra della nostra esistenza è quella della forza, questa “legge” non scritta ma praticata insidierà anche i rapporti tra israeliani, si propagherà all’interno, tenderà a legittimare comportamenti violenti, condotte non consone ad un Paese che rivendica con orgoglio e ragione la sua democrazia. Il fanatismo, l’intolleranza, sono nemici mortali di ogni consesso civile. Una democrazia non deve mai aver paura della verità, anche la più scomoda, né può autosospendersi in nome di una sicurezza minacciata.
Così Yehoshua. Quanto manca la sua voce critica oggi a Israele. E a tuti noi. 

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