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Barbara Schett: “Credo all’innocenza di Sinner, ma il processo non è trasparente”

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Barbara Schett non ha bisogno di presentazioni e chi volesse può recuperare qui la one-to-one per Ubitennis con il fort…issimo Luca De Gaspari. La commentatrice di Eurosport e miglior giocatrice di sempre dell’Austria ha concesso alla rivista sportiva Kicker una lunga intervista in cui parla con Nikolaus Fink delle questioni di maggiore attualità e al contempo più controverse, dal caso Vukov-Rybakina alle positività ai controlli antidoping dei numeri 1 del tennis mondiale.
Cominciamo proprio da questi, avvertendo però che Schett pare non aver compreso ogni risvolto. D’altra parte, un paio di (presunte) imperfezioni scompaiono di fronte – solo per citare l’ultimo esempio – a Juan Martin del Potro che ha sostanzialmente esordito con “non conosco i fatti, quindi vi dico come la penso” e nessuno a rispondere, Ok, Palito, allora anche no.

A proposito dell’accordo di Sinner con la WADA, Barbara è rimasta sorpresa della conclusione anticipata del procedimento e lo trova “un po’ strano. Adesso è colpevole o no? La WADA ha affermato che non si è dopato intenzionalmente ed è stato comunque squalificato. È un po’ confuso…”. Quindi tentiamo di chiarire: il Codice Antidoping non punisce solo le violazioni volontarie, ma anche quelle colpose o negligenti, come del resto succede in qualsiasi ambito. “Ovviamente i tre mesi sono un bene per lui” continua. “Naturalmente la cosa ha scatenato un putiferio, soprattutto sui social media, perché al giorno d’oggi tutti hanno un’opinione”.
Invitata com’è giusto che sia a esprimere la propria, Barbara dice: “Credo alla sua storia. Solo perché conosci qualcuno e ti piace, non significa che sia innocente, ma credo davvero che sia stato un errore da parte del suo fisioterapista. E ora Jannik deve affrontarne le conseguenze. A mio parere, il problema è il procedimento poco trasparente e la gestione della WADA o del TAS. Molti giocatori ora hanno l’impressione di poter negoziare con la WADA la durata della loro squalifica. Nessuno sa più cosa sta succedendo. A mio parere, la WADA deve creare regole più precise e severe affinché ci sia maggiore chiarezza nei casi futuri”.

Gli accordi stragiudiziali sono previsti dal Codice (il Direttore dell’Ufficio Legale dell’Agenzia ha contato 67 casi dal 2021) e, di nuovo, sono tutt’altro che sconosciuti quando si tratta di dirimere qualsiasi tipo di controversia nel mondo reale. Il procedimento nei casi di violazione antidoping prevede proprio che l’ITIA, l’agenzia incaricata delle indagini, possa proporre una sanzione all’atleta che, se accettata, evita il rinvio del caso a un tribunale indipendente. Riguardo a Jannik, sembrava davvero poco probabile che l’azzurro potesse considerare tale ipotesi dopo un verdetto di nessuna colpa o negligenza, anche se è più che comprensibile con il senno di poi, vale a dire con la sanzione effettivamente concordata. Era invece pressoché impossibile, per esempio, nel caso Halep, con l’ITIA che perseguiva la volontarietà mentre Simona sosteneva l’assunzione accidentale.

Da Jannik si passa a Swiatek, anch’ella in vetta al ranking al momento della positività, “cosa che non ha certo messo in buona luce il tennis” commenta Barbara. “La cosa strana di Iga era che la sua sanzione è stata divisa. L’intero sistema deve essere rivisto. Deve essere più facile per i giornalisti, gli appassionati di tennis e tutti coloro che amano questo sport comprendere i procedimenti. E se il risultato del test è positivo, il pubblico deve essere informato immediatamente”.
Per essere precisi, la squalifica di Swiatek non è stata “divisa”. Iga si era appellata contro la sospensione provvisoria nei termini previsti (dieci giorni), ma perché lei fornisse ulteriori prove era stato necessario altro tempo durante il quale la sospensione è rimasta finché l’organo preposto non ha ritenuto di revocarla. Quando in seguito il procedimento è terminato con l’accettazione da parte della tennista di un mese di squalifica, tolto il periodo già scontato in via provvisoria rimaneva una settimana. Tutto secondo le regole, come del resto il fatto che solo a quel punto il procedimento è stato reso pubblico. Su questa parte, Schett si schiera con quelli che “gogna mediatica subito”.

D’altronde Barbara, che recentemente ha parlato dell’argomento con Dominic Thiem, crede che “i tennisti vengano sottoposti a test più spesso di qualsiasi altro atleta. La pressione è tale che alcuni di loro sono addirittura paranoici” come ha spiegato anche Aryna Sabalenka. Quando giocava lei, invece, i controlli non erano così severi: “Venivo sottoposta a test circa ogni tre o quattro tornei, in totale dalle cinque alle dieci volte l’anno. Ora devi indicare ogni giorno dove ti trovi e quando potresti fornire un campione”.

A pagina 2: Rybakina-Vukov e il caso Dokic: “Avevo una paura folle del padre di Jelena. Forse non avrei mai detto nulla temendo di essere ammazzata”.




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