L’alert sulle bottiglie di vino, i produttori dal Gradiscano al Collio: «È per colpire cultura e qualità italiane»
GRADISCA. Il caso delle etichette “health alert” (allerta sanitaria) sulle bottiglie di vino scatena l’indignazione del mondo vitivinicolo. Entro il 2026 sulle bottiglie degli alcolici venduti in Irlanda dovranno essere apposte nuove etichette che avvertano le persone dei rischi legati al consumo. E l’Europa, che a riguardo non si è espressa, di fatto ha spalancato le porte affinché il dibattito si allarghi anche agli altri Paesi dell’Ue. Uno scenario che va estinto sul nascere, secondo tanti addetti ai lavori.
«Assistiamo, nuovamente, a un vero e proprio attacco al Made in Italy e all’agroalimentare italiano – è il parere di Angela Bortoluzzi, dell’azienda agricola Bortoluzzi Wines Borgo Tintor, presidente provinciale di Coldiretti Gorizia – come già era successo a fine anno con il caso del cibo sintetico e dell’etichetta “semaforo” Nutriscore, che fortunatamente l’Italia è per ora riuscito a fermare in sede europea».
Ma da chi viene questo attacco? «Da parte di quei Paesi che non potendo contare su un agroalimentare forte e di eccellenza come il nostro mirano ad attaccare chi invece quel settore di pregio ce l’ha. Quanto deciso dall’Irlanda peraltro va contro ogni ricerca ed evidenza scientifica: sappiamo benissimo che uno, due bicchieri di vino al giorno così come una dieta mediterranea sono alla base di una vita longeva. Equipararlo a un superalcolico o porre l’accento sull’abuso è estremamente sbagliato. Ci prepariamo all’ennesima battaglia che Coldiretti, e credo il Paese tutto, dovranno portare avanti a tutela dell’agroalimentare italiano».
Sulla stessa lunghezza d’onda Paolo Corso, enologo di Borgo Conventi di Farra d’Isonzo. «Quello che sta mancando in tutta questa querelle è un po’ di equilibrio e, purtroppo, l’istituzione europea. L’Irlanda probabilmente vuole affrontare una propria problematica interna, che è la piaga dell’alcolismo, ma per fare questo non può certo tirarsi dietro tutti gli altri Paesi europei con la compiacenza degli organismi Ue. Parlare del vino solo in termini di rischio derivante dall’abuso è ridicolo. Da noi esiste da decenni una cultura del bere consapevole, anche fra i più giovani, perlomeno se parliamo del vino. Non tenerne conto avrebbe dell’assurdo. E il proibizionismo nei secoli ha dimostrato di non risolvere certo i problemi».
Anche Silvio Jermann, decano dei vignaiuoli del Collio e nume tutelare dell’omonima azienda di Ruttars di Dolegna del Collio entrata nell’orbita del gruppo toscano Antinori, è indignato: «Viviamo in un mondo – allarga le braccia -. in cui si penalizza un prodotto millenario come il vino, alla base delle nostre radici e tradizioni, e magari si depenalizzano le droghe leggere perché hanno un effetto ricreativo o terapeutico. Il caso è scoppiato in Irlanda, ma negli Usa non è diverso. Questo non è solo uno schiaffo all’Italia, ma alle radici stesse dell’Europa. Evidentemente ci vogliono tutti omologati a questo politicamente corretto».
David Buzzinelli, dell’omonima azienda di Cormons e presidente del Consorzio Collio, esprime sconcerto. «Quello che più mi sorprende non è tanto la posizione dell’Irlanda, ma l’immobilismo delle istituzioni europee che con il loro silenzio assenso hanno creato i presupposti affinché questo approccio dal sapore proibizionista si allarghi anche ad altri Paesi. Parliamo di un prodotto che è storia, cultura, identità di un territorio. Non può certo essere paragonato a un pacchetto di sigarette. E poi qualsiasi prodotto, se assunto in proporzioni eccessive, fa male. C’è davvero bisogno di scriverlo su un’etichetta?».
E sempre a Cormons gli fa eco Michele Blazic, presidente dell’enoteca: «Se questo stucchevole dibattito si allargasse in ambito europeo – sottolinea – alla fine a pagare saranno sempre i produttori più piccoli, con conseguenze inimmaginabili. Più che il salutismo ci vedo dietro una manovra di mercato per indebolire un prodotto forte e di eccellenza come il vino, che evidentemente qualcuno vuole tenere ai margini del mercato anglosassone».
