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Сентябрь
2020

Come leggere le etichette degli abiti per fare acquisti in maniera ecosostenibile

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Quando ho iniziato a fare shopping da sola, una delle prime cose che mia madre mi ha insegnato, ripetendola quasi allo sfinimento, era di leggere sempre bene l’etichetta prima di acquistare un capo. Il suo mantra era: riconosci i tessuti così capisci la qualità di quello che acquisti. Qualche anno più tardi ho capito che mi aveva dato un consiglio preziosissimo per fare compere in maniera coscienziosa: ho imparato a scegliere abiti che fossero prodotti rispettando l’ambiente e con materiali ecosostenibili.

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Ecco cosa dovete notare prima di recarvi alla cassa e comprare qualcosa di cui potreste subito pentirvi.

COMPOSIZIONE

Decifrare la composizione di un capo è come capire il senso delle formule chimiche su cui ci siamo arrovellate il cervello per ore al liceo. Prima di tutto occorre fare una distinzione tra tessuti naturali e sintetici. In linea di massima, i primi sono più facili da riconoscere e ci si può arrivare a senso (tipo cotone, seta o lana, per dirne qualcuno), i secondi invece hanno nomi un po’ più complicati (acrilico, rayon, poliammide) cosa che, a un primo sguardo, potrebbe suggerisci che sono fibre non presenti in natura. Per ogni dubbio, c’è Google: breve ricerca e si chiarisce subito la provenienza. Diciamo che le fibre naturali sono quelle da preferire perché sono prodotte, generalmente, rispettando l’ambiente, permettono alla pelle di traspirare quando le si indossa e alcune hanno anche proprietà antibatteriche.

Ma se fosse così facile, la scelta sarebbe quasi obbligata, peccato però che la coltivazione di alcune ha un impatto davvero negativo sull’ecosistema. Ad esempio il cotone: una coltivazione intensiva di questo prodotto richiede un enorme spreco d’acqua (per una semplice t-shirt ne sono necessari quasi 12mila litri) e l’uso di pesticidi che impattano sul terreno e sui lavoratori. Quindi sarebbe meglio evitare e privilegiare il cotone biologico che cerca di ridurre al minimo il consumo d’acqua e non utilizza fertilizzanti o pesticidi.

Non è più semplice il discorso sui materiali sintetici. Una buona parte dei vestiti che indossiamo è fatta di poliestere, nylon o acrilico e sono tutti filati che derivano dalla lavorazione del petrolio o da altri processi chimici molto inquinanti. Un esempio? Nel 2015, per produrre poliestere e altre fibre sintetiche sono stati utilizzati 330 milioni di barili di petrolio (l’equivalente di 21mila piscine olimpioniche). È difficile smaltirli, una volta dismessi, e la produzione immette un sacco di inquinante nell’atmosfera. Ma anche in questo caso potrebbero esserci delle eccezioni: prendiamo il lyocell, un materiale che deriva dagli alberi di eucalipto. È vero, è una fibra vegetale ma per essere utilizzata come filato richiede una trasformazione con agenti chimici. Nella maggior parte dei casi, però, viene prodotto un sistema che recupera tutte le soluzioni chimiche e mantiene l’ambiente protetto da eventuali tossine.

Complicato è complicato, ma con una piccola infarinatura generale e Google search a portata di mano, dopo qualche session di shopping, diventerà una passeggiata capire la composizione.

Un altro elemento da tenere in considerazione è il mix: se il tessuto è composto da varie fibre sarà davvero difficile che venga riciclato, anche se ha un 90% di materiali “buoni” al suo interno.

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METODO E LUOGO DI PRODUZIONE

Ci sono altri fattori da tenere conto. A partire dal famoso “made by”. Ovviamente non avremo mai la certezza che a un determinato luogo corrisponda un modo di produzione etico e sostenibile, ma leggere che il capo proviene da paesi dal terzo modo ci può lasciare presagire che ci sia un basso costo della manodopera e una produzione intensiva che, di sicuro, non rispetta l’ambiente. È una generalizzazione che serve solo per orientarsi a grandi linee. Ogni marchio ha le sue caratteristiche e, vista l’attenzione negli ultimi anni verso i temi della sostenibilità, ci sono buone possibilità che, accanto alla normale etichetta, troviate una in cui viene spiegato se sono stati utilizzati materiali riciclati, se l’impianto di produzione favorisce un’economia di sviluppo circolare, quante emissioni di Co2 in meno ci sono state rispetto a un altro capo omologo o se è stata consumata meno acqua del solito.

Queste caratteristiche ovviamente vanno di pari passo con il tipo di materiali usato perché un capo è veramente sostenibile se coniuga tutte queste esigenze.

Bisogna ammettere che questi abiti sono tendenzialmente più cari di quelli a cui siamo abituati di norma perché l’intera produzione è più costosa. Quindi, magari, dovremmo rinunciare a tutti quei capi dal prezzo vantaggiosissimo che compriamo solo per una specifica occasione.

Il nostro nuovo motto alla prossima uscita di shopping? Less is more, of course.

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